"Fuoriclasse" per ritrovarsi dentro le relazioni

Bulgarian Roma girl aged 10 draws at a child zone supported by UNICEF in Sliven
 
Da ormai tre anni, ASAI lavora nell’ambito del Progetto nazionale per l’Inclusione e l’Integrazione dei bambini Rom Sinti e Caminanti (RSC) in stretta collaborazione con la cooperativa CISV Solidarietà e Save the Children, all’interno del programma Fuoriclasse.
 
Fuoriclasse interviene, attraverso laboratori in classe e momenti di extrascuola, con attività di supporto della motivazione allo studio e dell’apprendimento. Il centro educativo rappresenta da tempo un punto di riferimento per studenti e famiglie del quartiere Falchera di Torino, in particolare per gli studenti dell’I.C. Leonardo Da Vinci, in cui il Progetto RSC opera e che accoglie nelle sue classi molti alunni di origine Rom. La collaborazione tra scuola e associazioni è nata 6 anni fa, con l’idea condivisa di scommettere anche sull’extrascuola come una palestra di rafforzamento dell’apprendimento e inserimento per i minori, che fosse uno strumento efficace per contrastare l’isolamento sociale di molti studenti e un luogo in cui i ragazzi potessero avere pari possibilità di sperimentarsi in una socialità esterna all’istituzione scolastica, più leggera e informale.
 
Dal 2017 gli operatori di ASAI e di CISV hanno lavorato in sinergia per creare aggregazione tra studenti e per ridurre al minimo la percezione delle differenze sociali e i pregiudizi che storicamente avvolgono il mondo romanì, proponendo insieme attività inclusive e cooperative, costruendo relazioni di fiducia con le famiglie e agendo, dove necessario, da collegamento con la scuola e gli insegnanti.
 
Con l’emergenza sanitaria, l’equilibrio che poco a poco è stato trovato nel lavoro insieme ai ragazzi, nelle prassi educative, nelle relazioni con le famiglie e tra gli operatori è stato messo in crisi tutto d’un tratto. In un periodo in cui sono stati imposti immobilità e distanziamento, il bisogno di contatto, confronto e connessione è emerso prepotentemente nella quotidianità e nel lavoro di ciascuno di noi. Da una riflessione portata avanti insieme agli educatori di Fuoriclasse circa questo periodo di stretta collaborazione, sono emerse tre parole per descrivere il lavoro svolto in rete durante l’emergenza sanitaria: RELAZIONE, ASPETTATIVE, TEMPO.
 
La necessità di mantenere le connessioni salde con gli alunni e con gli insegnanti si è manifestata immediatamente, e si è lavorato da subito perché i ragazzi avessero la possibilità di tenere i contatti con i loro compagni e con i gruppi classe. Ogni soggetto ha messo in campo le risorse che aveva a disposizione e fondamentali sono state le relazioni che si sono create prima dell’emergenza, in classe e al centro educativo: laddove c’era una connessione consolidata con gli insegnanti questa è stata mantenuta e incentivata; dove vi era con le famiglie, è stata approfondita. Inserendoci nella sfida a cui la scuola è stata chiamata in questi mesi, abbiamo affiancato gli educatori del programma Fuoriclasse per portare avanti lo spazio di sostegno scolastico e laboratoriale nelle classi, interrogandoci sulle modalità di riformulazione e cercando, non senza difficoltà, di sopperire all’assenza di devices adeguati alle comunicazioni virtuali e all’utilizzo delle piattaforme per la didattica a distanza.
 
È venuto spontaneo interrogarsi insieme su quali fossero le necessità pratiche e materiali, ma soprattutto relazionali, dei ragazzi e delle famiglie e il sostegno allo studio, la chiacchierata al telefono per capire come scaricare l’app per videochiamarsi, i tablet da distribuire sono stati tutti strumenti che grazie a Save the Children e insieme alla scuola, abbiamo messo in azione per sostenere nuclei che in condizioni di isolamento forzato chiedevano a gran voce di rimanere in connessione.
 
Attraverso uno scambio continuo di idee e il confronto costante, ASAI e CISV hanno interagito per mantenere viva una rete di connessioni a rischio, approfondendo allo stesso tempo la relazione professionale e umana tra di noi. Paradossalmente, con la chiusura della scuola e delle sedi operative delle associazioni e l’obbligo di lavorare ognuno a casa propria, la sensazione era quella di far parte di un’unica realtà: è in questo momento di separazione che la rete si è fatta più evidente.
 
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Non si può negare che durante questi mesi siamo stati accompagnati dal timore che le piccole relazioni costruite negli anni – a volte faticosamente – potessero scivolare via, ma con il tempo molte aspettative sono state disattese. I ragazzi hanno fatto emergere risorse che hanno contribuito alla salvaguardia dei propri rapporti interpersonali. Come Sara (il nome è di fantasia), 11 anni, che si era trasferita con la famiglia in un altro quartiere e che non era più possibile coinvolgere nei momenti di extrascuola. Il suo bisogno di socialità è affiorato tanto da spingerla a sviluppare una competenza inaspettata nella gestione degli strumenti tecnologici a disposizione – un unico cellulare di famiglia - per partecipare alle lezioni e rimettersi in contatto con le persone della sua quotidianità pre-emergenza e diventare un punto di riferimento per i suoi compagni. Oppure come Filippo e Omar, di 3° media, che hanno superato in autonomia le barriere e i pregiudizi legati all’origine Rom di uno dei due per creare, insieme agli educatori, un gruppo di studio inaspettatamente vincente e affiatato.
  
Un’ultima riflessione riguarda il tempo. In quasi novanta giorni di chiusura delle scuole e dei centri aggregativi, giovani e adulti hanno dovuto rinunciare ai luoghi di incontro e di socialità abituali e inevitabilmente è diventato chiaro che il tempo doveva essere trasformato in una preziosa risorsa. Questa esperienza ci ha dato tempo. Tempo per ascoltare i ragazzi e le loro famiglie: l’ora dei compiti ha acquisito un significato altro, è diventata una finestra per chiacchierare, fare domande e riflettere; le poche parole informali scambiate con i genitori, spesso nella confusione all’uscita da scuola, si sono trasformate in lunghe telefonate per condividere preoccupazioni, aspettative, difficoltà nate da una situazione emergenziale su cui nessuno poteva fare previsioni. Ma tempo anche per conoscerci meglio, per interrogarci insieme su quali fossero gli obiettivi del nostro lavoro in questo periodo storico eccezionale, nei confronti delle persone con cui ci siamo interfacciati e quali le prassi vincenti; tempo per scambiare idee, per approfondire e condividere, tempo per lamentarci della fatica e gioire dei piccoli successi dei ragazzi.
 
Alla fine dell’ennesima riunione on line ci siamo salutati concordando che da questo periodo possiamo prendere e portare con noi qualcosa di buono, e cioè che abbiamo bisogno di legami con altre persone e che per coltivarli serve tempo e fiducia.
 
A cura di Alessia Proglio, volontaria di ASAI 
Questo articolo nasce da una preziosa chiacchierata con gli educatori del programma Fuoriclasse di Save The Children, nodo della rete locale di Progetto
 
 
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