Anthea e il dono discreto dell'attenzione

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Ciao, sono Anthea, ho 26 anni, frequento il corso magistrale di Culture Moderne Comparate – anche noto come “Fuffologia, animali fantastici e dove trovarli” – e sono un'appassionata di cinema, letteratura, teatro e arti della dispersione afunzionale. Per la mia presentazione, o forse coming out, potrei scegliere la strada della serietà ma preferisco optare per quella più facile della schiettezza inopportuna, giacché il fuori luogo è il mio habitat naturale. Perché ho scelto ASAI come sede del mio anno di Servizio Civile?
 
La risposta più consona suggerirebbe di parlare di affinità elettiva con la mission e gli ideali del progetto Mentor4You, ma la verità esige ben altra confessione: più o meno a caso, come impone la legge dei colpi di fulmine. Ho aderito al bando perché avevo bisogno di uno scopo per alzarmi dal letto al mattino, di una Motivazione che fosse vincolata al rispetto di un obbligo, di un “patto” contrattuale. La volontà, si sa, talvolta necessita di essere imbrigliata dalla coercizione per dare qualche frutto. L'Università ti concede un immenso privilegio, la fruizione passiva del sapere; ma arriva un momento, soprattutto quando il primo quarto di secolo comincia a pesarti sulle spalle, in cui la tua dignità alza sommessamente la voce e reclama un ruolo più attivo nella società da cui fino a un giorno prima attingevi con la tirannica avidità del neonato in fasce. È l'urgenza di essere utili, che poi altro non è che il bisogno di avere un posto nel cosmo, una nicchia ecologica in cui sentirci legittimati a respirare, e possibilmente indispensabili. Da qui lo stimolo a intraprendere un'esperienza di volontariato, che fosse anche propedeutica a un successivo – a oggi inverosimile – inserimento nel mondo del lavoro, e in particolare dell'insegnamento.

Il servizio civile è venuto a coincidere, come si sarà inteso, con un periodo abbastanza travagliato della mia vita, ma quella che inizialmente sembrava solo una scialuppa di fortuna si è presto rivelata un'occasione dall'inaspettato potere terapeutico. I primi tempi, poco prima di svoltare la consueta curva fra corso Marconi e via Sant'Anselmo, ripetevo sottovoce fra me e me: “Bene, adesso indossa la maschera della solarità e lega i tuoi problemi fuori dalla porta come faresti con la bicicletta... senza lucchetto però, così magari è la volta buona che te li rubano”. Poi, immancabilmente, mentre varcavo la soglia e mi preparavo a un'apnea emotiva di sei ore, succedeva qualcosa di sorprendente: entravo nell'associazione e dimenticavo immediatamente la finzione, l'artificio si dissolveva e un sorriso spontaneo si impossessava del mio viso per il resto della giornata. A evocarlo bastava il rito del saluto, quel “ciao, come stai?” che è il primo articolo della Costituzione ASAI. Ed è stato un vero sollievo, perché ho subito intuito che la mia sensibilità non avrebbe necessariamente interferito con la professionalità che mi veniva richiesta, e questo perché in ASAI la fragilità di ciascuno non viene messa al bando, bensì accolta come contributo prezioso all'azione educativo-relazionale. E allo stesso modo vengono rispettate e valorizzate la diversità di idee e di visioni.

Se le Camere del Parlamento italiano si riunissero con la stessa assiduità delle équipe di ASAI, il nostro paese avrebbe una legge elettorale meritevole di chiamarsi tale. Queste riunioni mi ricordano sempre un po' i "momenti collettivi di autocoscienza" del celebre Ecce Bombo di Nanni Moretti: il neo-adepto si ritrova catapultato in una Comune sessantottina affetta dal bacillo dell'ipercomunicazione. In principio è il logos, il regno della logorrea e del politicamente corretto, dove l'eccesso di spazi di confronto e di discussione sembra portare soltanto, attraverso la scrupolosa disamina di ogni punto di vista – compreso quello dell'attaccapanni in fondo alla stanza – all'aporetica conclusione del relativismo universale. Ma questa è soltanto la prima impressione di chi, come me, non ha l'occhio allenato alle sfumature ed è poco incline al compromesso. Lentamente si comprende, infatti, non solo che le parole hanno un loro peso specifico, così come le opinioni, e bisogna saperle ponderare, ma anche che un organismo così articolato come quello di un'associazione non può funzionare se non lubrificato capillarmente da un costante, e a prima (s)vista ridondante, dialogo fra colleghi e collaboratori. Come sa bene qualunque civilista – questo strano, transitorio ibrido fra il dipendente e il volontario stagionale – inserirsi all'interno di dinamiche già consolidate, e capirle, non è mai facile; partecipando alle varie tavole rotonde di coordinamento, sto perdendo progressivamente la mia presuntuosa impulsività di giudizio e affinando facoltà prima sopite: ascolto e osservazione. Ho acquisito la divina facoltà dell'esitare e ora conto fino a tre prima di pronunciare un verdetto di assenso, dissenso o stupidità. Alla fine dei giochi propendo quasi sempre per una sana sospensione del giudizio, una resa di fronte alla complessità contraddittoria del mondo. Che in pratica è il segreto della convivenza nell'umano consorzio: concedere al prossimo il beneficio del dubbio. Stare con gli altri, starci veramente, significa essere disposti a uscire dalla propria filter bubble, dalla bolla asfittica dei propri dogmi intellettuali e diventare permeabili. Si tratta di uno straniante esercizio di sguardo: imparare a vedere l'altro senza pretendere di vedervi l'identico, senza proiettarci sopra se stessi come in uno specchio, bensì riconoscendolo nella sua radicale alterità e irriducibile opacità.
 
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In questo consiste d'altronde la vera dimensione dell'incontro, centrale in ogni mansione che svolgo quotidianamente in ASAI: dal sostegno scolastico con le medie al progetto CASAInsieme (interviste e momenti di socializzazione con gli abitanti del quartiere San Salvario), dall'orientamento presso lo Sportello Lavoro sino al progetto RSC (inclusione scolastica e supporto allo studio di bambini e ragazzi Rom Sinti e Caminanti). Il bello di ogni incontro è il margine di imprevedibilità che sempre ti riserva: ogni giorno un animatore interculturale si sveglia e sa, come la gazzella nella savana, che per salvarsi, il suo umorismo dovrà correre più veloce di quello di un (pre)adolescente. Non sa se otterrà gratuitamente un energico “cinque” dal ragazzo più timido del gruppo o se dovrà sudarsi la sua simpatia improvvisandosi giullare. Arrivare al cuore di qualcuno è un'operazione tanto delicata e dall'esito incerto quanto un allunaggio. L'animatore interculturale è consapevole di essere fatto della stessa evanescente e poliedrica materia di cui è fatta la pubertà: montagne russe umorali alle quali devi imparare a tenere testa e stomaco. Catturare l'interesse di un ragazzo, riuscendo a coinvolgerlo in una qualsiasi attività che non sia quella di interpretare la parte degli annoiati cronici, dei misantropi o degli aspiranti anarchici, richiede infatti la medesima combinazione di tecnica e di mistica che è necessaria all'orso nella pesca dei salmoni. I ragazzi hanno la singolare capacità di scovare le tue insicurezze come segugi sulle tracce di una lepre e hanno un fiuto particolare per la simulazione. Sotto la scorza spesso arrabbiata, apatica o indifferente, nascondono quasi sempre un'estrema vulnerabilità e un'ansia di raccontarsi, di condividere la propria storia. Dunque quel che puoi offrire loro è soltanto il dono discreto dell'attenzione, che è parente stretto della cura. Il compito del civilista ASAI si riassume, credo, il dubbio amletico non disgiuntivo esserci E non esserci. È un valzer di distanze e avvicinamenti, dove sapere quando occorre essere presenti come mediatori di rapporti e quando invece sparire e farsi trasparenti, come gli invisibili vettori nei campi di forze della fisica; quando essere facilitatori di amicizie o giudici di pace, quando compagni di giochi e di (tante, troppe) merende, quando essere clown oppure ammaestratori di circo.

Quel che è certo è che, in questi primi mesi di servizio, ho compreso che la mia funzione non si limita all'intrattenimento ludico-ricreativo ma ha un'azione formativa, un'influenza tangibile sulla crescita dei giovani che mi sono affidati, di cui devo sentirmi perciò responsabile. Passione ed entusiasmo sono gli unici mezzi, e forse le uniche qualità, di cui dispongo. Al colloquio di selezione non mi era stata certo menzionata fra i requisiti imprescindibili alcuna competenza di capoeira o abilità come goleador da calciobalilla outdoor a -5° gradi, né tantomeno il dono dell'immortalità. Al terzo raffreddore e alla quarta influenza maturata nel giro di un paio di mesi, anche il sistema immunitario della più accanita ipocondriaca, quale io sono, abbandona il regime delle dogane e delle frontiere e adotta verso virus e batteri la politica cosmopolita – o realista – dei No Borders. Ma si sa, quello che non ti uccide, ti fortifica. E il servizio civile non è altro che una straordinaria palestra di adattamento, una prova di sopravvivenza da cui spero emerga, o forse nasca, la versione migliore di me.
 
Anthea Grassano
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