AssaiASAI. Dal fare teatro alle parole per raccontarlo

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Dalla sua formazione (era il 2011) a oggi, la compagnia teatrale assaiASAI si conferma una realtà in costante crescita artistica... e umana! 
 
Nel nostro lavoro, partiamo da un fare comune che ci permette di superare le barriere linguistiche, dato che qualcuno è arrivato da poco a Torino e sta ancora imparando l’italiano. Fare, per noi, significa muoverci, incrociare sguardi e sfiorare corpi, nel rispetto di uno spazio collettivo che è costituito da confini che chiedono gentilmente di essere oltrepassati. Il teatro ci insegna la grazia, una parola che forse non è di moda ma che è protagonista imprescindibile del nostro ritrovarci. Anche quando dobbiamo interpretare un personaggio rissoso o prepotente, i nostri gesti tengono sempre conto del Sé rispetto all’Altro, di un Io che fa i conti con una collettività più grande.
 
L’individuo al servizio del gruppo è uno degli insegnamenti più importanti del teatro comunitario: ognuno di noi è unico (“come interpreto io questa parte, non la interpreta nessuno”) ma è, allo stesso tempo, sostituibile (“se non ci sono io, qualcuno prenderà il mio posto”), a favore di un obiettivo collettivo al quale partecipano tutti. Il nostro obiettivo si chiama spettacolo che, a sua volta, è un termine che racchiude in sé significati molteplici. Lo spettacolo deve essere un prodotto artistico di qualità perché è uno strumento di sensibilizzazione in grado di raggiugere migliaia di persone, non tutte (e questa è la potenza) interessate al sociale e alle sue tematiche. È quindi un dovere, oltre che un piacere, pensare, scrivere e mettere in scena spettacoli teatrali “belli”, dove la tecnica, il contenuto e la forma siano curati quanto il percorso umano che condividiamo all’interno della compagnia. Un percorso fatto di accoglienza, attenzione e anche di limiti: dove non arriva un attore, arriva l’altro, dove un compagno esita, ecco che subentra il vicino. Facendo teatro, affiniamo lo sguardo, cioè il modo in cui “ci vediamo” a vicenda.
 
I pericoli maggiori, in un gruppo grande e misto come il nostro, sono i non detti: tutte le piccole grandi fatiche che, invece di essere raccontate e quindi “drammatizzate”, restano sullo sfondo come mormorii che, alla lunga, sfociano in recriminazioni che generano divisione al posto di coesione.
 
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Ecco perché dedichiamo tempo all’ascolto e alla discussione. Abbiamo bisogno di mettere in parola le difficoltà, per “umanizzarle” ed evitare che si “mitizzino” al punto da diventare muri che falsano la comunicazione.
 
E poi ci divertiamo, e tanto. Nella sua meravigliosa Grammatica della fantasia, Gianni Rodari scriveva che il processo creativo «udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre». Questo carattere giocoso porta con sé l’allegria, il divertimento e la possibilità di lavorare sulle difficoltà con leggerezza, planando «sulle cose d’alto, non avere macigni sul cuore» (Italo Calvino).

Così dal fare comune arriviamo a porci domande utili: come stiamo, per esempio, che senso ha il percorso che stiamo costruendo, come possiamo migliorare, come possiamo essere e costruire comunità? Finisce che Rodari, Calvino, Pirandello, Svevo e i tanti autori che portiamo nel gruppo per condividere una lettura o un pensiero, siano lì con noi, in quel cerchio del mercoledì, dentro il seminterrato che ha la fortuna di diventare palcoscenico. Siamo amici nel senso più antico del termine, persone legate dal sentimento ma anche, e soprattutto, dalla volontà di esserci.
 
Articolo di Paola Cereda, operatrice ASAI, scrittrice e regista della compagnia teatrale assaiASAI
Foto di Nicola Nurra, dallo spettacolo "BRICKS. Oltre i muri del web" (2019)
 
Per maggiori informazioni su assaiASAI, vai alla pagina dedicata
 
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