Chiude il centro di San Mauro: lettera aperta a chi c'è stato

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Dopo due anni e mezzo di lavoro e centosettantadue minori stranieri accolti, chiude il centro di prima accoglienza di San Mauro Torinese.
 
Nell'articolo dell'educatore Simone Piani, un breve bilancio dell'esperienza e un ringraziamento a tutte le persone coinvolte.  
 
Ottobre 2016. Eravamo un’equipe in attesa. Quando si aspettano degli ospiti e si vuole fare bella figura, si mette in ordine la casa, si puliscono gli angoli e si tirano fuori dall'armadio i servizi della domenica.

Forse i primi arrivati a San Mauro non hanno trovato ventiquattro posate dello stesso tipo, i pavimenti tirati a lucido e i centrotavola decorati. Ma ad attenderli c'era una spola di automobili che, dalla piazza centrale, saliva fino alla cima della collina dove si trova tutt’ora l’ormai ex-centro per minori stranieri non accompagnati del progetto HOME. Quel giorno eravamo mossi non tanto dalla semplice esigenza di un'ospitalità formale, bensì da qualcosa di più grande di cui oggi possiamo realmente comprendere il significato: accoglienza.
 
Certo, accogliere vuol dire aprire le porte e mettere sottosopra il proprio mondo, un inside out in piena regola. Tanto per cominciare c’è la necessità di imparare nomi che suonano difficili a un orecchio europeo. Ventiquattro nomi, più di cento ad oggi, che portano con sè identità esclusive, storie, voci, sguardi, passioni, desideri e bisogni.
 
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Ma aprire le porte e incontrare non basta, perché un ospite entra ed esce e, se l’accoglienza è reale, allora l'addio è importante tanto quanto il benvenuto. Tra l’ingresso e l’uscita c’è un percorso culturale e umano che lascia un segno in chiunque sia coinvolto in quel cammino.
 
Il Progetto HOME, uno dei vari finanziati dal fondo FAMI del Ministero degli Interni, ha aperto le porte di San Mauro grazie al lavoro della cooperativa Terremondo e, a Torino, della cooperativa Biosfera. Sono stati centosettantadue i minori accolti in due anni e mezzo, la maggior parte provenienti dalla Guinea. Seguono Gambia e Nigeria, e poi Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Ghana, Niger, Burkina Faso, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Somalia, Ciad, e altri ancora.
 
L’equipe non è stata meno variegata: educatori, assistenti sociali, psicologi, tutori, medici, avvocati, cuochi, mediatori culturali, consulenti ASGI, UNHCR, Save the Children, OIM, volontari, parrocchie, registi e attori, insegnanti e studenti, gruppi scout, politici. In due anni e mezzo la nostra casa in collina ha smosso almeno tre continenti permettendo scambi e incontri, in un'ottica inclusiva che, da teoria, è diventata quotidianità e pratica.

La mappa che ora potremmo disegnare del progetto di accoglienza di San Mauro è quella di un quartiere: c’è il Centro con i suoi muri dipinti e ridipinti, c’è un orto coltivato da almeno quindici nazionalità diverse, con i suoi ortaggi che ci piace chiamare resistenti. C’è uno spettacolo di teatro nato un po’ casualmente, un po’ volutamente, sul tema migrazioni al tempo del web, con i suoi 40 attori italiani e stranieri, il cui valore è nell’esserci e nel fare insieme, a prescindere dalle etichette sociali. Ci sono le scuole, punto nevralgico della vita del quartiere, e ci sono i laboratori artistici e didattici dove i ragazzi saltano sui trapezi di un circo, impastano la pizza, usano i seghetti alternati. C’è la musica del mondo e c'è un locale per le feste, perché l'allegria non deve mai mancare. Ci sono i pronto soccorso e gli ospedali, dato che prendersi cura è anche questo. Ci sono dei campi da calcio, il cui manto erboso sta sparendo a furia di passaggi e corse. Ci sono case qualsiasi dentro quartieri altri che a loro volta hanno aperto la porta e si sono unite a noi, dentro questa città accogliente. C’è la questura, con i controlli e le regole, a ricordare le priorità e a dettare i tempi. C’è una commissione per il diritto di asilo che incombe e che è costantemente nella testa di ragazzi, operatori e tutori. C’è una rete di accoglienze, SRAR, CAS, famiglie affidatarie, gruppi appartamento, che si allarga ad altre regioni d’Italia, e non solo, i cui nodi sono ancora saldi, connessi con un filo che riporta all'esperienza comune di San Mauro.
 
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L'accoglienza si può fare soltanto facendola, con tutte le difficoltà che comporta, anche con gli ostacoli, a volte impegnativi, che lo Stato impone. L'accoglienza si fa anche quando la sfiducia, il conflitto e lo scoramento minano i rapporti quotidiani. E' un processo collettivo che richiede impegno e aggiustamenti.

Dopo due anni e mezzo il centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati chiude e noi siamo qui a tirare le somme. Ci fa male vedere la porta chiusa, proprio quella porta che per novecentotredici giorni è rimasta sempre aperta. Eppure ad aprirsi è stato lo sguardo di ognuno di noi, ed è questa la cosa più importante. Il nostro grande grazie va alle persone che sono passate da San Mauro. Di questi giorni insieme conserviamo la voglia di continuare a guardare, vedere, riconoscere, accogliere e fare. 
 
Simone Piani,
educatore di ASAI e della cooperativa Terremondo.
 
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