Tante lingue, tante culture, una città

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Erika si diverte a cadere in modo goffo durante le ore di educazione fisica.
A Salwa piace cantare My heart will go on di Celine Dion sotto la doccia.
Veronica ama viaggiare con la mente prima di addormentarsi ma odia il suono della sveglia al mattino.
 
Come ogni anno la Città di Torino celebra la “Giornata Internazionale della Lingua Madre”, un progetto che la Divisione Servizi Educativi coordina e promuove in quanto strumento di inclusione scolastica e di valorizzazione di tutte le culture sul territorio cittadino. «Nelle nostre scuole si parlano 140 lingue - una ricchezza per la nostra città - e dare valore a questo patrimonio è importante sia sotto il profilo culturale sia dal punto di vista della coesione sociale» spiega l'Assessora all'Istruzione Federica Patti. 
 
Giovedì 22 febbraio, in Sala Rossa, quest’anno sono state accolte classi della scuola primaria Muratori e Ambrosini e delle scuole secondarie di primo grado Drovetti e Leonardo da Vinci. Erika, Salwa e Veronica, tre studentesse della scuola media Leonardo Da Vinci di Falchera, hanno partecipato alla giornata e sono state invitate a tenere un breve intervento sul loro rapporto con la lingua delle origini, quella che hanno appreso per prima.
 
Erika, nata a Torino, è siciliana da parte di padre e pugliese da parte di madre: «Quando ero piccola i miei nonni mi parlavano in dialetto siciliano, perciò lo capisco bene, anche se non lo so parlare. Penso che l’uso del dialetto non vada perso perché aiuta a ricordare le proprie radici. Una parola che per me è importante nella lingua italiana è infatti la parola famiglia, che significa non solo quella in cui sei cresciuta, ma include ogni persona verso cui proviamo un affetto speciale, in primo luogo le amiche. Credo che la differenza linguistica a volte possa generare incomprensione e disaccordo, soprattutto nell'ambito della religione. La lingua è infatti uno strumento che può essere usato sia nel bene che nel male, purtroppo anche per ferire e insultare gli altri, ma è soprattutto uno dei modi più importanti che abbiamo per esprimerci ed essere veramente noi stessi».
 
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Come lei, la sua compagna di classe Salwa è nata a Chieri, ma i suoi genitori sono originari del Marocco e provengono dalla stessa città, Khouribga. «Da piccola i miei genitori mi parlavano in tutte e due le lingue, sia in italiano che in marocchino. Il marocchino è una lingua abbastanza difficile: tra tutte le lingue arabe, credo sia la più complessa da imparare, e infatti i marocchini sanno parlare tutte le altre lingue arabe, mentre generalmente gli altri arabi non sanno parlare il marocchino. Io parlo bene l’italiano e so parlare anche il marocchino ma ovviamente non ho l’accento uguale a chi nato in Marocco; so anche leggere l'arabo ma non velocemente come l'italiano. A casa parliamo in tutte e due le lingue, spesso mischiandole, e questo mi diverte molto. Entrare nella Sala Rossa del Comune mi ha fatto sentire una persona importante, anche se mi ha un po' imbarazzata dover parlare con tutti gli occhi puntati addosso. I bambini della scuola elementare Ambrosini avevano creato delle bottigliette colorate in cui c’erano dei bigliettini scritti dai ragazzini della scuola media Da Vinci. In questi messaggi i ragazzi parlavano dei cambiamenti che potrebbero migliorare il nostro quartiere; ad esempio facevano notare che a Falchera non c'è nemmeno un ristorante e che uscire da casa può essere pericoloso perché in passato ci sono state molte risse. Io ed Erika siamo rimaste in silenzio anche se non eravamo molto d’accordo con questa visione ma Veronica ha voluto dire la sua».
 
Veronica: «Io mi sono alzata e ho detto che non ero d’accordo con quello che avevano scritto i ragazzi di prima media, perché secondo me il nostro quartiere è molto bello e anche molto sicuro; in fondo ci conosciamo quasi tutti e abbiamo tutto quello che ci serve per vivere bene. Io non voglio un quartiere perfetto, mi piacerebbe soltanto che vivessimo in armonia tutti insieme. A me capita spesso di sentirmi strana e diversa, e questo perché sono Rom. Appena dici di essere zingaro, gli altri pensano subito che rubi ma non è così, non è giusto generalizzare. E poi non c'è molta differenza tra noi e voi, tutti hanno un cuore e dei sentimenti. A volte alcune parole, come “Rom”, si portano attaccate dei pregiudizi.
La prima lingua che ho parlato in casa sono stati il Rom(ané) gipsy e quello bosniaco, che sono diversi per accento e intonazione. Mio nonno invece parla il Rom croato. Il Rom è una lingua solo parlata. Io mi trovo più a mio agio a parlare in italiano perché riesco a spiegarmi meglio; infatti credo che l’italiano abbia dei termini più specifici per esprimere un significato. Quando parlo mi capita spesso di mischiare le due lingue nella stessa frase, soprattutto quando sono arrabbiata. Per me la lingua è anche un mezzo per realizzare il mio sogno di diventare scrittrice e al momento sto scrivendo un libro che parla di violenza sulle donne».
 
Articolo a cura di Anthea Grassano, Servizio Civile Nazionale

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