Una storia come tante, ma che insegna di più

di Maria Chiara Miduri, antropologa e volontaria presso la sede di Porta Palazzo

scrivere mani

 
La storia di Khadija può sembrare quella di tanti altri ragazzi che devono affrontare la scuola media in Italia venendovi letteralmente schiantati “nel mezzo del suo cammino”. Arriva in seconda media e deve da subito fare i conti con mille suggestioni, impulsi, stimoli, contaminazioni e contraddizioni che si scontrano con il mondo a cui era abituata. Khadija è grande.
 
All’inizio non è facile, all’inizio non è accettabile e forse neppure comprensibile il bisogno di «[…] dover fare tutto questo!». Frasi come «Io non capisco!» sono l’imperativo d’ordine di una quotidianità scolastica e di aggregazione che comprende ogni sforzo — dalla lingua all’intero sistema e ordine di idee che lo regola — e che sembra (?) imporre più sofferenze che serenità, più ostacoli che occasioni. A tutto ciò Khadija tenta di sfuggire ingaggiando una iniziale lotta senza sosta fatta di reticenze e sconvolgimenti, discussioni interminabili che stentano a divenire dialogo e dalle quali spesso ne esce e si esce esausti emotivamente.
 
 
Non è facile comprendere, sulle prime, la vera grande differenza che ci discosta: i colori della vita nei quali ognuno di noi è immerso e che al contempo condivide con altri. Il lavoro al doposcuola, la vita quotidiana in contesto ti fanno percepire che tu tendi a vivere in un mondo monocromo, per di più - di norma - a tinte smorte coperte dallo smog della routine che ha rinunciato ai sogni - a cui si aggiunge un’incertezza che non è nulla paragonata all’inquietudine e il profondo senso di inadeguatezza che Khadija deve affrontare continuamente. Lei ha il diritto, lo slancio e la resilienza necessari per sognare e lo dimostra con quella spiccata vena poetica e creativa che decora il più mesto e meccanico degli esercizi: la compilazione di una rubrica lessicale denominata sontuosamente “alfabiografia”. Un lavoro che l’ha impegnata un’estate e l’anno successivo in revisione, ma che ha messo a nudo i suoi sentimenti e il suo modo di essere sapientemente celato dietro una coltre di timore e conflitto aperto.
 
«Dove sei stata tutto questo tempo?», verrebbe da dire. Lei vive in un mondo policromo e policromo, dove mille colori quotidiani danno vita a sfumature di tempo che segnano il prezioso passaggio alla vita adulta, in un tumulto di possibilità. Il suo “arrivo dell’età” è un mondo fatto di sogni sussurrati, speranze timorose, delusioni cocenti, prospettive sfocate, progetti immaginati, ma soprattutto sicuri approdi e ammaraggi di relazioni vecchie e nuove. Eppure, in un anno e mezzo di costanti e infaticabili tentativi tra contatti e connessioni ben stabilite, Khadija sembra aver trovato un suo saggio equilibrio fatto di una rara consapevolezza per la sua età: la consapevolezza del cambiamento accolto come occasione.
 
E la maturazione arriva scaldata dal sole dell’incontro reciproco e della scoperta della fiducia negli altri; arricchita dalla consapevolezza che non esistono solo nemici da combattere ma anche alleati cui aggrapparsi, con in quali fare squadra per raggiungere una meta che diventa comune. Come te ne accorgi? Dal sorriso che fa capolino sul suo viso sempre più di frequente. In ASAI ha compreso di avere degli alleati pronti a mettersi in gioco con lei per superare le avversità che incontra, ma soprattutto per poterle poi affrontare da sola. E così che la guerriera spossata ti disarma quando annuncia la scelta di iscriversi alla scuola superiore dei suoi sogni contravvenendo alla decisione presa da mesi. Ti “sconvolge di coraggio” e forse te lo insegna.
Questa è una storia come tante, ma che insegna di più.

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