Accordi dietro la piazza

ukulele
 
Maria Chiara Miduri, antropologa e operatrice ASAI, ci racconta il laboratorio di chitarra ASAI presso la sede ASAI di Porta Palazzo, con un articolo pubblicato su "La Scuola Possibile", rivista telematica di percorsi per l'integrazione. "La chitarra è una metafora della comunicazione umana e in una stanza può nascere una società".
 

ACCORDARE IL MONDO: norme, linguaggi e saperi condivisi dietro la piazza

di Maria Chiara Miduri, antropologa culturale linguista e operatrice socio-educativa "Associazione ASAI" e "Camminare Insieme"
 
Ogni venerdì la stessa SOL-FA. Alle 16.30 puntualissimi, dopo i compiti, ci smistiamo nelle aule dei laboratori e iniziamo a creare, stonare, improvvisare, imparare, litigare, mitigare, mediare, stare, essere.
C'è chi costruisce strutture lignee nel seminterrato, c'è chi va a giocare a calcetto sfidando le intemperie, c'è chi si dà alla bigiotteria ecologica e poi ci siamo noi: noi suoniamo. Ci proviamo. Si vanno a prendere chitarre e ukulele, si sfoderano con gesto liberatorio e si inizia ad armeggiare con le chiavette per accordarne le corde. Una a una.
La chitarra è una metafora della comunicazione umana, dell'incontro. Anche le persone si accordano una a una e per intendersi devono trovarsi su una stessa frequenza pur avendo idee diverse, come le corde.
 
Quasi ogni settimana, dall'inizio delle attività, i ragazzi che fanno parte del mio laboratorio non sono quasi mai gli stessi, tranne uno zoccolo duro che dall'alto dei suoi 12/13 anni è ormai 'veterano', decorato per meriti sul campo. Il gruppo si assesta quasi sempre dopo Natale, ma siamo allegramente abituati a lasciare la porta aperta, perché chiunque possa buttare un occhio e stabilire una connessione. A me piace lasciare la porta aperta, sempre. Soprattutto chi è arrivato da poco a Torino e non parla l'Italiano, o lo mastica troppo poco secondo gli standard comunicativi richiesti, è molto attratto dal Laboratorio musicale ma teme di non comprenderne le consegne, perché abituato in classe a non poter seguire per via delle difficoltà linguistiche; teme un voto, teme un'interrogazione, teme la verifica, teme di non essere all'altezza, di non essere adatto 'anche lì'.
Ma anche le nostre chitarre, rimediate da donazioni, prestiti, cessioni o entusiastici regali non sono perfette: alle meglio suoniamo con cinque corde su sei, perché la foga le ha menomate più volte; non reggono l'accordatura perché innaffiate per errore con lo Svitol in un momento di disattenzione, sono ognuna fatta a modo suo e ognuna con una propria voce da far unire alle altre per suonare insieme.
 
Ai ragazzi una volta ho spiegato che noi siamo uguali a una chitarra o un ukulele. Anche noi abbiamo voci uniche, a volte mancanti (come una corda) ma che in potenza esistono, e ognuna con una funzione specifica. Basterà assemblarci nel momento giusto, quando arriverà il tempo, quando saremo pronti e il miracolo accadrà. Puoi suonare lo stesso senza una corda, consapevole che quella corda esiste e includendola mentalmente nel'insieme anche se non la senti. Quando la monterai, quando si farà sentire sarà come se avesse sempre fatto parte dell'insieme.
Quando non si parla la stessa lingua e non ce n'è nemmeno una veicolare, si sta in silenzio, non ci si fa sentire ma si esiste e si è parte del sistema. Nel frattempo ci imitiamo: a buffi gesti o con stentati enunciati in interlingua corrotta. La risata collettiva nasconde un messaggio: per imitare bisogna stare attenti all'Altro, osservarlo, avere voglia e interesse ad approssimarlo per assomigliargli un po'; per imitarsi bisognare fare uno sforzo di riconoscimento.
Non è questione di essere "adeguati a", "adatti a", di "bastare a": è questione di essere "abbastanza per"!
Per fare i grandi, i brillanti e i primi della classe -se si parla di materie- c'è sempre qualcuno che inizia a declamare i suoi voti a scuola, in questo caso tira fuori dal cilindro il pentagramma, e comincia a pontificarsi e sminuire, di conseguenza, chi è meno dotato (o crede di esserlo) o capace. Di sicuro, sminuisce chi non ha accesso linguistico per causa di forza maggiore.
 
Ecco qual è la vera nota stonata nell'ensamble: non è essere diversi ma fare i diversi.
Disgregare anziché unire. Io intendo la Lingua come un risorsa e non un requisito. Per questa e altre mille ragioni, nel Laboratorio ho deciso di insegnare la chitarra e l'ukulele secondo un metodo diverso, quello anglosassone. Ho disorientato e fatto arrabbiare molto i ragazzi all'inizio, qualcuno sulle prime se n'è pure andato sbattendo la porta, salvo tornare con un entusiastico e ruminante "Be', allora che si fa?" al gusto fragola. Agganciato. L'obiettivo per me era uno solo: accedere a un linguaggio nuovo per tutti, condiviso, che mettesse alla pari ognuno di loro -esperti, novizi e neoarrivati non parlanti- senza pregresse stellette sul petto, senza gare sciocche, senza ansie da prestazione.
Lettere al posto delle note, pallini, diagrammi, e mani subito piazzate sullo strumento, molto movimento e (s)drammatizzazione, soprattutto dell'errore.
Ecco quindi un linguaggio che anche chi non si sentiva ancora forte in Italiano poteva comprendere e 'parlare' e 'interpretare' per comunicare con gli altri. Un linguaggio che fosse sapere in mano a tutti e dunque trasmissibile.
Così, anche l'ultimo arrivato, dopo i primi tentennamenti, ha potuto comunicare attivamente e addirittura essere d'aiuto per l'altro accanto a lui, e viceversa.
 
chitarre
 
Cosa significa stare insieme in una stanza? Cosa significa avere un obiettivo condiviso? Cosa vuol dire condividere e cosa si condivide per definirsi gruppo?
In una stanza nasce de facto una società: a scuola come nell'extrascuola.
Fatte le dovute proporzioni, per stare in piedi e funzionare, anche la microsocietà ha bisogno dei concetti di norma sociale, di equilibrio, stasi e conflitto (inevitabile e determinante), di un linguaggio condiviso e di un sapere, in parte trasmesso e in parte costruito insieme, che si fa cultura condivisa. L'intercultura è come un gruppo musicale informale nel quale ciascuno deve fare la sua parte, con il suo strumento, per unirsi ad un unico ritmo da seguire, condiviso, ma mantenendo la peculiarità dello strumento che suona e del suo specifico e riconoscibile contributo all'ensamble.
Che la si definisca "l'arrivo dell'età" secondo la definizione dell'antropologa Margaret Mead o più efficacemente "l'abbandono dell'isola della stupidera", seguendo l'acuta immagine presentata nel recente film Inside Out, la preadolescenza interculturale è un crocevia di conquiste e perdite tanto universali (il cammino evolutivo dell'Uomo) quanto relative (alla propria cultura di origine o di contesto).
 
Il nostro mondo parallelo del venerdì, il Laboratorio, non è solo un appuntamento sul calendario ma ha assunto la forma, nel tempo, di un luogo di riferimento per un piccolo gruppo, e a volte di decompressione per chi gravita intorno agli altri laboratori: c'è chi apre la porta all'improvviso, pizzica una corda o (ultimamente) tamburella qualcosa con le dita unendosi al festoso caos e poi se ne va. Riminiscenze di un'anarchia ordinata che spesso funziona meglio di qualsiasi schema precostruito e sempre uguale a se stesso. Una libertà che crea dipendenza. Quando dico 'anarchia' non intendo che il nostro gruppo sia acefalo, tutt'altro. Intendo che sebbene esista il ruolo di coordinamento, parteggio per una visione e un apprendimento condiviso che coinvolga i ragazzi tanto ad intrecciare saperi quanto età. I più grandi non sono solo quelli 'nati prima' (definizione opinabile quando si crea un ambiente democratico di condivisione), ma quelli con un'esperienza maturata prima, magari perché hanno frequentato gli anni precedenti. Insegnano a quelli più piccoli, collaborano attivamente anche alla costruzione del programma della giornata e quindi all'indirizzo generale del Laboratorio. Coordino solo per richiamare all'ordine se il caos non produce e per ridare un ritmo da seguire, da dietro le quinte.
 
Nel laboratorio tutti fanno qualcosa, per definizione, siamo tutti protagonisti e anche chi apparentemente -o secondo canoni educativi tradizionali- non fa niente in realtà fa molto. Penso a quei ragazzi e quelle ragazze che in tre anni ormai si sono avvicinati o avvicendati al Laboratorio o vi hanno messo piede solo per poter essere parte di qualcosa; presenti e accettati nelle loro debolezze e peculiarità; ragazzi che chiusa la porta imbracciavano una chitarra senza saperla suonare e strimpellando a vuoto sempre e solo un MI o un RE raccontavano la loro giornata, per condividere un bisogno di sfogo o per provocare: ad esempio condividendo con sguardo di sfida l'ennesima sospensione scolastica o narrando il memoriale del nuovo Fight Club di cui si sono resi protagonisti, in attesa di reazioni o reprimende.
Inutile: al Laboratorio non si raccolgono sfide ma bisogni; non scontri ma incontri.
 
Al Laboratorio si dà e prende quel che ha da dare. Nessun obbligo, ma necessità; perché è la necessità che crea motivazione e volontà, non l'imposizione. Ogni anno produciamo una canzone, che scriviamo su base musicale nota che abbiamo studiato tutto l'anno. Malgrado i conflitti, le risate, la complessità del lavorare con gruppi misti in contesti di rischio ci siamo chiesti a volte cosa ci faccia essere gruppo, cosa ci faccia sentire uniti a dispetto delle diversità e proprio grazie a queste ultime. La risposta è arrivata all'improvviso un pomeriggio, quando una delle ragazze ha imbracciato una chitarra su una scalinata e ha accennato insieme agli altri un pezzo scritto due anni fa. E l'essere gruppo, l'essere uniti nell'esperienza di vita condivisa di un venerdì pomeriggio nasce da una domanda che invita: "Te la ricordi?". Carrellata di sguardi, sorriso e plettrata. Tre, due, UNO...
 
CLICCA QUI per leggere l'articolo direttamente dal sito web "La Scuola Possibile", rivista telematica di percorsi per l'integrazione.
 
2015 12 LaScuolaPossibile ASAI BAS
 
 

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