"Per questo sono in ASAI": lettera di un temerario

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Sei sulla porta dell’associazione, proprio davanti alla locandina, e leggi “Il tuo tempo vale”. E ancora: “In ASAI c’è spazio per il tuo impegno e le tue idee”. Trovaci! Contattaci!
 
Di nuovo provi quella sensazione di disagio. È da un po’ di tempo che ti sfiora a tratti, nella giornata, una folata di inquietudine senza nome. O meglio, probabilmente un nome ce l’ha, solo che non lo afferri, è un’immagine sfocata sullo schermo dei tuoi pensieri. Forse l’inquietudine è legata alla lettura dei giornali che riporta una cronaca di situazioni incerte e complicate, storie paradossali di sfruttamento e di rifiuto, di negazione della propria umanità, di rifiuto dell’umanità altrui. Forse è legata anche alla sensazione di impotenza di fronte a scene che raccontano di vite infelici che tu non sapresti come affrontare. Magari, è strettamente collegata alla tua condizione: hai terminato gli studi ma non lavori ancora. Ti senti sprecato: prima o poi un lavoro arriverà, ma nel frattempo? Hai delle competenze e non vedi l’ora di usarle, anche per misurare le tue capacità. Oppure la tua condizione è quella di chi ha finito finalmente di lavorare ed è in pensione. Alle competenze di partenza hai aggiunto nel tempo un mare di esperienza… e adesso? Tutta questa capacità non vuoi buttarla, sai che potrebbe essere ancora utile, però non sai dove e come potresti usarla. E qualcuno ti chiama: trovaci, contattaci!
 
Insomma, sai di poter essere utile però non sei incosciente. Saresti all’altezza? A quali difficoltà vai incontro? Non sai niente di questa associazione e, anche se ti sei informato e se hai conosciuto qualcuno che fa volontariato proprio lì, l’incertezza resta.
 
E sì, perché questi sono tempi incerti e pieni di contraddizioni. A ogni affermazione pubblica se ne oppone una di segno contrario, per ogni spiegazione di quello che succede ci viene presentato l’opposto, entrambi in modo assoluto, senza alternative o sfumature. E ti viene chiesto di scegliere, decidere per una o per l’altra. Paradossalmente siamo nella condizione di non poter decidere, di non sapere cosa è meglio, perché ogni decisione per una o per l’altra delle spiegazioni ci mette “contro” qualcuno, esclude una parte anche importante delle considerazioni che possiamo fare. Non riusciamo neanche a discutere, proprio perché ogni nostro scrupolo viene letto come una scelta di campo e ci definisce come “nemici” o “amici” rendendo sterile la discussione.
 
Quello che ha aiutato me a uscire da questa confusione è la consapevolezza che “le parole sono trappole”: certo sono importanti, pesano, ma da sole non bastano. E ho imparato che per capire bisogna “fare”. Per questo ho “fatto”. Sono venuto in ASAI e, venendo qui, ho cominciato a capire. Ho aiutato, forse; di certo ho imparato.
 
Ho imparato a conoscere tanti ragazzini, quasi tutti figli di immigrati o immigrati loro stessi dall’Italia o da altri Paesi. Ho imparato che all’inizio del loro nuovo percorso di vita sono molto insicuri e hanno poca stima di sé, anche quelli che sembrano sfrontati.
 
Ho imparato a conoscere chi si occupa di loro e mi sono fatto guidare nell’esplorare questo ambiente.
 
Ho capito che in fondo anche io, come i ragazzi che ci affidano, sono un emigrato e, proprio come loro, mi sento molto confuso.
 
Il Paese in cui sono nato non era ricco eppure aveva una forte spinta verso un futuro migliore, che cercavamo di realizzare insieme e per le generazioni successive. Si discuteva aspramente su come dovesse essere il futuro da costruire; le generazioni precedenti ci insegnavano ad aspirare a una società con meno disuguaglianze, dove non si morisse per mancanza di lavoro o sul lavoro, dove ognuno avesse una casa e potesse vivere con dignità. Qualcuno di noi pensava addirittura che quel Paese, quella società, potesse cambiare radicalmente.
 
Non era facile ma c’erano strumenti per capire e migliorare la propria vita e quella degli altri, c’erano persone che ci insegnavano a usarli.
 
Il Paese in cui vivo adesso è difficile da comprendere. Sembra senza futuro, ha regole diverse da quelle che ho imparato e che spesso sono contraddittorie tra loro. Anche la lingua è difficile perché assomiglia molto alla mia, ma spesso non capisco il senso dei discorsi che sento, anche da persone importanti. E quando penso di averli capiti, mi fanno paura. È un Paese ricco, più ricco di quello da cui provengo, eppure le diseguaglianze sociali sono ancora più evidenti e stridenti.
 
Non sono emigrato qui di mia volontà, avrei preferito andare nel Paese che sognavamo di costruire. Ma mi sono svegliato qui e ho cominciato a incontrare gente che, come me, si ritrova a non capire le regole e la lingua, che non sa quale futuro l’aspetta. In ogni caso la paura l’accompagna; forse non la chiama nemmeno così, la sente come un’inquietudine persistente, proprio come succede a me.
 
So che non tornerò indietro, nel posto in cui sono nato. È passato troppo tempo e le persone che conoscevo, dalle quali ho imparato e che mi erano care, non ci sono più. So anche che molti dei ragazzi che incontro in ASAI non torneranno nella loro terra, di cui hanno una così grande nostalgia. E se ci torneranno, non sarà più la stessa che hanno lasciato.
 
A loro e a me tocca vivere in un Paese che non conosciamo, al pari dei miei bisnonni emigranti nelle Americhe, o dei miei nonni immigrati dal Veneto e dalla Campania.
 
Della mia terra d’origine, però, conservo qualche attrezzo per affrontare il mondo senza soccombere. Sono strumenti semplici, certo insufficienti e datati. Li ho messi a disposizione e me ne sono stati offerti di nuovi, da altri adulti e dai ragazzi. Ecco, magari mettendo insieme ciò che sappiamo “fare”, riusciremo a capire e ad affrontare questi tempi così confusi. Io ne ho bisogno, per questo sono in ASAI.
 
Firmato: un temerario
 
 
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