Il volontariato durante il lockdown. L'impegno e le prospettive future

Una
 
Da una ventina di interviste a volontari di ASAI che hanno partecipato in vario modo alle attività a distanza di bambini e ragazzi durante il periodo di lockdown, Claudia Burlando ha elaborato alcune riflessioni sulle esperienze e sulle prospettive future del volontariato, preziose per ASAI anche dopo la della situazione di confinamento, in prospettiva di una “prossima normalità” ancora condizionata dall'emergenza sanitaria.
 
 ♯ I volontari intervistati
 
Nel presente contributo, estratto di un articolo più ampio, abbiamo raccolto i contributi di alcuni volontari rappresentativi dei centri sparsi nei diversi quartieri di Torino e delle attività a distanza svolte durante il lockdown (doposcuola di tutti i cicli di istruzione, animazione, compagnia teatrale assaiASAI, giustizia riparativa). Il campione è formato da persone di età, esperienze e formazione diverse, che hanno iniziato l’attività in associazione spinte da motivazioni molto varie. Significativa al riguardo è la contestazione del termine “volontario” da parte di uno degli intervistati, in quanto espressione che non riesce a rappresentare in maniera esaustiva la natura e lo scopo dell’impegno delle persone.
 
Non mi piace la parola “volontario”, apparteniamo alla società, non siamo individui singoli, ciascuno di noi ha una responsabilità; c’è un tempo per te ma anche per gli altri, questo dovrebbe appartenere a tutti. “Volontario” significa che fa quel che vuole fino a quando vuole, invece quando prendi un impegno poi lo devi mantenere. Per me ASAI è uno spazio e un posto che mi permettono di fare politica, che non è una appartenenza a un partito ma mettersi insieme con gli altri perché condividi dei valori, vedi il mondo intorno a te e dici: “dai, facciamo qualcosa”. (S.)
 
♯ Il lockdown, come ci siamo sentiti
 
Le prime settimane sono state di attesa, di vuoto, di confusione. La sensazione iniziale più diffusa tra i volontari è di spaesamento, solitudine, paura. Contemporaneamente il tempo libero, l’interruzione dei ritmi e l’assenza delle “distrazioni” della vita quotidiana è stata per molti un’opportunità di profondità, di mettere a fuoco l’essenziale. Sono emerse debolezze e fragilità ma anche nuovi, più profondi bisogni e, soprattutto, la voglia di mettersi in gioco.
 
Voglia di (ri)mettermi in gioco e in discussione. Li dico insieme perché mi è venuta voglia di mettermi in gioco e quindi ho dovuto mettermi in discussione per sapere quello che voglio. (Alberto)
 
♯ Scuole e centri aggregativi chiusi, come muoverci per il sostegno a distanza
 
Abbiamo fatto il doposcuola prima delle vacanze di carnevale senza sapere che sarebbe stato l’ultimo di quest’anno. (un volontario)
 
Appena è stato chiaro che le attività non sarebbero ricominciate a breve, i coordinatori delle attività hanno contattato i volontari per sapere come stavano e se desideravano essere coinvolti nel sostegno a distanza; qualcuno ha chiamato di sua iniziativa per sapere come dare una mano. C’era una gran desiderio di aiutare in un momento difficile.
 
I contatti tra volontari, coordinatori e educatori sono avvenuti nello spirito di dare attenzione all’altro, di aiuto e incoraggiamento reciproco, ma anche di confronto sul da farsi, di raccolta e discussione di proposte e suggerimenti, di divisione dei compiti tra chi poteva contribuire. L’immediata priorità era contattare le famiglie dei bambini e ragazzi più giovani, mentre la scuola era ancora assente, stava cercando di organizzarsi. Sono state fatte centinaia di telefonate alle famiglie. 
 
Dopo i primi momenti di recupero dei contatti, di attenzione alle persone e di confronto sul da farsi, è partita l’attività di sostegno a distanza. A ciascun volontario disponibile sono stati assegnati uno, due o più bambini e ragazzi del doposcuola in cui già lavoravano, che spesso già conoscevano (non sempre è stato possibile).
 
tre
 
♯ La relazione al centro
 
All’inizio, in particolare quando le scuole non avevano ancora organizzato la didattica (e questo periodo per alcune scuole è durato più di un mese e mezzo), si è trattato soprattutto di mantenere la relazione, di fare esprimere e parlare bambini e ragazzi, di allenare le competenze di base. È risultata subito evidente la necessità di trovare un equilibrio tra momenti di gioco, di dialogo e momenti di esercizi e studio.
 
In alcuni casi il sostegno allo studio è passato totalmente in secondo piano: “io non ho bisogno, mi bastano le lezioni online” dice R., una ragazza di 2^ media. R. però ha una situazione difficile a casa, è in ansia, ha paura di uscire, anche quando le restrizioni vengono allentate. La volontaria che la segue continua a chiamarla per chiacchierare, per darle il sostegno personale di cui ha percepito il bisogno.
 
♯ Bisogno di coordinamento con la scuola
 
Il coordinamento con la scuola e gli insegnanti è stato fondamentale, innanzitutto per recuperare ragazzi e bambini rimasti isolati. Alcuni si è riusciti a recuperarli, altri sono rimasti indietro, evidenziando la difficoltà di aiutare proprio quelli che hanno più bisogno. Quando poi la didattica scolastica è iniziata, c’è stata necessità di sostegno e coordinamento in relazione alle richieste della scuola a bambini e ragazzi.
 
Le lezioni online, tanti compiti, la scarsa disponibilità di strumenti digitali, di connessione, l’insufficiente conoscenza della lingua italiana di alcuni genitori, hanno messo in grande difficoltà gli studenti e le loro famiglie: una impresa anche solo trovare i compiti inviati per email o tramite cellulare o caricati su piattaforme online, capire come scaricarli e, una volta fatti i compiti, come caricarli sulle piattaforme o inviarli altrimenti agli insegnanti. Tutto questo in famiglie con più figli, di età diverse, in cui sovente gli unici strumenti digitali erano i cellulari dei genitori o dei fratelli, la cui disponibilità era condizionata dagli impegni di lavoro o di studio, in case in cui mancava uno spazio adeguato per seguire le lezioni e fare i compiti.
 
Per i più piccoli, i volontari hanno chiesto alle maestre se potevano ricevere anche loro i compiti da fare e hanno così potuto aiutare le famiglie in difficoltà. Il contatto diretto con le maestre ha portato in qualche caso a una collaborazione più ampia, uno scambio di idee, di informazioni e conoscenze utili in relazione al bambino o ragazzino. Dove c’è stata interazione con gli insegnanti è stata molto efficace, ha permesso di mettere a fuoco situazioni che non sarebbero altrimenti state evidenziate; al tempo stesso, c’è stato un riconoscimento da parte della scuola del lavoro dell’associazione. 
 
♯ Siamo entrati l’uno nella “casa” dell’altro
 
Siamo entrati in punta di piedi nelle case e famiglie dei ragazzi ma “senza chiedere permesso”. (Letizia)
 
Abbiamo sbirciato dove questi bambini vivono e come vivono, scoperto alcune dinamiche della famiglia: il papà ha un negozio, si alza presto per andare ai mercati generali; il papà riposa e la mamma va in negozio, in quel lasso di tempo il bambino è responsabile del fratellino più piccolo di cui deve farsi carico. (S.)
 
I volontari hanno sentito fratellini e sorelline urlare e disturbare, li hanno visti giocare, hanno parlato con genitori, fratelli e sorelle maggiori per organizzare le attività dei più piccoli, condiviso la quotidianità del ramadan e i festeggiamenti dell’ultimo giorno, aiutato anche fratelli e sorelle a fare i compiti, sentito la madre urlare con la vicina, partecipato alla nascita di due gemellini.
 
♯ Importanza di spazi e momenti propri
 
ASAI è anche fatta di luoghi e momenti dove bambini e ragazzi possono esprimersi, divertirsi, socializzare e trovare un modo di esprimere se stessi senza avere “interferenze” di casa. 
 
Con il lockdown, i bambini si sono trovati in contatto con i volontari, ma in presenza dei propri genitori. Ambiente e dinamiche diverse si sono intrecciati. I genitori che suggerivano, sgridavano, correggevano, volevano aiutare e, in realtà, tarpavano le ali. Questo è un limite a livello di crescita personale: poter avere spazi “altri” per bimbi e ragazzini vuol dire uscire dal proprio nido e confrontarsi con il mondo esterno. (Francesco)
 
Ai bambini mancava molto ASAI, uno spazio in cui stare insieme agli altri bambini, giocare, fare attività che non fossero scuola. (Benedetta)
 
La mancanza di questo spazio è pesato a bambini e ragazzi ma anche ai volontari: più bimbi, più persone, tutti in un luogo e tempo dedicato in cui il resto viene lasciato fuori. Alcuni volontari hanno concordato fasce orarie in cui sentirsi, ma il loro contatto era sempre a disposizione, potevano essere raggiunti a ogni ora, con telefonate o messaggi.
 
♯ Opportunità di conoscersi meglio
 
Nel sostegno a distanza si è passati da una dimensione di gruppo in spazi e tempi predefiniti a un rapporto individuale. La relazione a due, la disponibilità del contatto, le dilatate possibilità di comunicazione e di tempi per la comunicazione, sono stati una preziosa e importante occasione per conoscere meglio i bambini, per dare spazio alla loro espressione, al dialogo, alla condivisione. È stata l’occasione di conoscere di più i bambini, di sapere cose che non sarei mai venuto a sapere. Per esempio, R. con dei ritagli di carta e cartone crea delle costruzioni, alcune lunghe due metri, e poi crea dei personaggi e delle storie.
 
Nell’attività in presenza questo non è venuto fuori perché ci sono sempre cose da fare, non ci sono quei tempi morti in cui ce la si può contare un po’. È sempre un tempo da organizzare, ma in questo periodo ho scoperto che è altrettanto necessario dare spazio e tempo per permettere a questi bambini di tirare fuori quello che sentono, quello che sono. (S.)
 
♯ Occasione di migliorare
 
Il sostegno individualizzato è stato molto importante durante la didattica a distanza della scuola, in cui lezioni, spiegazioni e compiti non raggiungevano sempre tutti nello stesso modo (per mancanza di strumenti, di connessione, di spazi). In qualche caso ha portato al miglioramento a scuola di bambini e ragazzi, all’aumento della fiducia in loro stessi, alla progressiva acquisizione di maggiore autonomia.
 
In particolare, laddove ci sono grosse lacune, dove mancano le basi, il lavoro individuale consente di affrontare le difficoltà. In una situazione in cui i professori mandavano le richieste di compiti online, a volte senza spiegazioni, un lavoro di tipo individuale è stato fondamentale.
 
Due fogli scritti a mano mandati dall’insegnante di chimica con un po’ di spiegazione. S. capiva già poco l’italiano, figuriamoci come poteva affrontare quei due fogli … (Michelangelo)
 
All’inizio C. aveva un po’ di pigrizia mentale, a poco a poco è diventata più autonoma, più che in presenza. Ha fatto progressi enormi. (Elisa)
 
♯ Smartphone, tablet e computer, una diversa prospettiva
 
L’anno scorso noi animatori al Centro Interculturale avevamo creato l’hashtag “spegni il cellulare inizia a chiacchierare”. (Gaia)
Durante l’attività in presenza, cellulari e tablet sono un argomento di conflitto tra operatori e ragazzi: mettete via i cellulari, spegneteli, quanto state al telefono!?! (Chiara)
 
Improvvisamente, dall’esortazione a limitarne l’uso si è passati, non senza imbarazzo da parte nostra, alla richiesta di usarli, di tenerli sempre accesi, di stare sempre connessi. (Gaia)
 
Il nuovo ruolo acquisito dagli strumenti digitali durante il periodo di confinamento ha indotto ASAI ad attivarsi per la consegna di tablet a bambini e ragazzi che non avevano strumenti a disposizione per partecipare alle attività scolastiche di didattica a distanza. Pur riconoscendo l’importanza di dotare bambini e ragazzi di tali strumenti laddove non ce ne fosse disponibilità, è cresciuta la consapevolezza della loro insufficienza ai fini di garantire una reale partecipazione di bambini e ragazzi alla didattica online o al sostegno a distanza. Non sono risolutori da un punto di vista tecnico (per esempio in mancanza di connessione) ma soprattutto da un punto di vista della reale partecipazione di bambini e ragazzi.
 
Pur avendo i tablet, se i bambini non hanno un adulto che li assiste nell’utilizzo, o non hanno lo spazio fisico (o la tranquillità) in casa per poter ascoltare una lezione, partecipare alle attività proposte, fare i compiti, e soprattutto se non si connettono, allora i tablet non saranno serviti a nulla.
 
♯ Recuperare la dimensione di gruppo
 
Durante il periodo di confinamento, la dimensione di gruppo è venuta improvvisamente meno, fatta eccezione per il ‘gruppo famiglia’, che si è anzi imposto ai suoi membri in spazi e tempi obbligati, del tutto nuovi rispetto alla precedente quotidianità familiare. Le attività del gruppo classe, gruppo ASAI, gruppo di volontari, educatori, amici, prevalentemente legate a un fare insieme, discutere, condividere in presenza fisica, si sono bruscamente interrotte. Dall’interazione con gli altri e con il gruppo nasce un’esperienza di gruppo, estremamente arricchente, che è qualcosa di più e di diverso dalla somma delle interazioni tra i singoli.
 
In una classe, in un gruppo non impari solo dall’insegnante, dell’educatore, ma anche dalle domande degli altri, dalle risposte sbagliate, da quello che fanno, dall’interazione con gli altri in genere. Questa dimensione si è improvvisamente persa. (Patrizia)
 
E questo è mancato a tutti. È mancato il piacere di stare insieme, di giocare, chiacchierare, discutere, lavorare, creare insieme. Anche ragazzini che in ASAI non avevano mostrato particolare attaccamento al gruppo, hanno espresso il desiderio di incontrare i compagni di gioco, di sapere come stavano, cosa facevano, e si sono riscoperti molto legati a quel gruppo. La perdita della dimensione gruppale si è mostrata in tutta la sua gravità in bambini e ragazzi con difficoltà relazionali.
 
Con il prolungarsi del confinamento, è apparso evidente che molti bambini e ragazzi erano stanchi, annoiati: le video-lezioni, l’utilizzo costante e faticoso dei mezzi digitali, ma soprattutto la mancanza del gruppo li hanno molto provati. Durante le video-lezioni e in genere la didattica a distanza è impossibile “rilassare i pensieri” (Letizia). La didattica a distanza, per come in concreto prevalentemente realizzata, richiede una concentrazione sull’oggetto dell’attività continua, faticosa e non consente quel rilassamento che deriva proprio dall’esposizione ai tanti stimoli esterni e distrazioni che si hanno quando si sta insieme a un gruppo di compagni, di persone. Il venir meno del gruppo ha comportato la “perdita” di moltissimi ragazzi, in particolare adolescenti, nonostante i grandi sforzi di educatori e volontari di “scovarli” e coinvolgerli. 
 
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♯ Di che cosa facciamo tesoro. Come migliorare e creare comunità
 
Il periodo di confinamento ha fatto emergere ed evidenziato una serie di bisogni preesistenti. Ha permesso inoltre di mettere a fuoco alcuni aspetti importanti per il presente e per il futuro, indipendentemente dal perdurare di limitazioni alla possibilità di muoversi e incontrarsi.
 
o Fare sentire alle persone (bambini o adulti) che “noi ci siamo”, sapere come sta l’altro, conoscersi meglio
 
Per sapere come stanno realmente i bambini e i ragazzi, fare attività insieme non basta: occorre prestare loro attenzione. Non ci sono formule assolute, la chiave è l’attenzione all’altro, a quello che realmente succede all’altro.
 
o Un po’ di ritualità
 
Dare importanza ad alcuni momenti in modo rituale rinsalda il legame comunitario.
 
In ASAI salutavamo i bambini di 5^ con un piccolo rituale. Quando si arriva alla fine di un percorso, è bello lasciare un segno, un ricordo delle cose fatte insieme, “parole pensate per te”. Questo crea legame, relazione, va nella direzione di creare un senso di comunità. (S.)
 
o Coniugare l’attività in presenza e l’attività a distanza.
 
Molti volontari hanno espresso il desiderio di una formazione sull’utilizzo dei mezzi digitali di comunicazione a distanza, per acquistare familiarità e sfruttarne le potenzialità, ma anche per sapere qualcosa di più sull’uso che i bambini e ragazzi fanno di quegli strumenti: per esempio i giochi online e i social.
Bisognerebbe capire come gli strumenti tecnologici che di solito vengono usati in modo solitario dai ragazzi, possano diventare mezzo di condivisione. (Chiara)
 
o Condividere tra tutti i volontari ed educatori idee, esperienze, attività e materiali creati durante il lockdown
 
È emersa un’enorme ricchezza di esperienze, idee, materiali creati da volontari ed educatori durante il lockdown per coinvolgere bambini e ragazzi, aiutarli ad affrontare difficoltà, dare un senso di continuità, creare gruppo. La loro condivisione tra tutti i volontari, la possibilità di discuterne con gli ideatori, sarebbe da un lato molto utile per tutti gli altri volontari, dall’altro, una restituzione agli stessi ideatori circa l’impegno profuso e il valore di ciò che hanno fatto.
 
o Spogliarsi dei ruoli e diventare protagonisti
 
In questa prospettiva le persone sono messe al centro, accolte e valorizzate per quello che sono, per quello che possono fare e dare al gruppo in quanto protagonisti di un fare comune.
 
o Lavorare di più sulla costruzione e sviluppo di comunità
 
Il lockdown ha messo in evidenza la necessità di rimettere al centro le persone, le relazioni e la comunità, come punti di partenza per lo sviluppo e la crescita della comunità e dei singoli. Il lavoro dei volontari non è un “servizio compiti” bensì un impegno molto più profondo che deve coinvolgere anche la scuola e le famiglie affinché mirino, ciascuno con il proprio ruolo, a obiettivi partecipati e inclusivi.
 
Come dice bene Ornella, il ruolo di ASAI non è soltanto il sostegno scolastico ma anche e soprattutto quello aggregativo del “trovarsi insieme”. 
 
o Il piacere di stare insieme
 
Tutto questo non deve far dimenticare che il carburante del “motore ASAI” è il piacere di stare insieme.
 
 
A cura di Claudia Burlando, volontaria 
 
Il presente estratto è tratto dalla pubblicazione "Fare insieme una cosa difficile". Costruire comunità prima, durante e dopo l'emergenza sanitaria del 2020. Per scaricare la versione integrale, andare alla pagina dedicata

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