Pratiche riparative nelle scuole. Quale importanza?

Illustrazione Cristoph Niemann

Pietro e Ilaria hanno 14 anni ed entrambi non vanno più a scuola. Le loro storie sono simili a quelle di tanti ragazzi che, dopo aver commesso o subito un reato in ambito scolastico, abbandonano gli studi o cambiano istituto. Perché è fondamentale un intervento “riparativo” precoce e ben strutturato? 

Pietro, 14 anni, frequenta il primo anno di un istituto tecnico con indirizzo commerciale. In classe è molto indisciplinato, rende impossibile ad alcuni insegnanti svolgere la lezione, viene sospeso più volte fino a totalizzare 25 giorni di sospensione da scuola, ma non serve a nulla. La situazione degenera a tal punto che un insegnante lo denuncia per “interruzione di pubblico servizio”; è un reato grave per cui il codice penale prevede la pena della reclusione fino a un anno. Gli agenti del nucleo di prossimità, su delega della Procura minorile, propongono per Pietro un percorso di giustizia riparativa in ASAI.
 
Dopo poco più di un mese dalla denuncia, Pietro inizia il suo percorso senza troppo entusiasmo e lo porterà a termine con crescente coinvolgimento e maturità. Nel frattempo, a metà anno scolastico, Pietro abbandona la scuola: gli insegnanti gli hanno già detto che, tra i 25 giorni di sospensione e le altre assenze, ha già perso oltre il massimo di ore di lezione consentito, per cui non potrà più essere scrutinato. “Che ci vado a fare a scuola, se comunque sarò bocciato?” dice Pietro.

Ilaria, 14 anni, frequenta il primo anno di una scuola professionale, è stata vittima di bullismo e stalking da parte di una compagna di scuola di cui era inizialmente molto amica, fino a che la situazione diventa per lei così insostenibile che decide di denunciare la compagna. Poi, però, Ilaria non riesce più a andare a scuola, ha paura. Dopo qualche mese arriva da noi in ASAI, come vittima di reato coinvolta nel percorso di giustizia riparativa attivato dalla Procura minorile a seguito della denuncia. Il percorso mira, da un lato, a responsabilizzare l’autore di reato per i danni causati (in primis le sofferenze) e a coinvolgerlo in attività riparative, dall’altro, a sostenere e accompagnare la vittima, offrendole la possibilità di partecipare attivamente al progetto, sostenendola e preparandola al momento dell’incontro con il suo offensore.

Cerchiamo di coinvolgere Ilaria in attività del Centro educativo che possano piacerle. Lei sceglie di lavorare con i bambini, le piacciono molto e pensa che potrebbe anche esserle utile in futuro come esperienza lavorativa. L’obiettivo è di interessarla, valorizzarla e gratificarla, di permetterle di sperimentare ambienti relazionali positivi, in cui possa sentirsi sicura, apprezzata e acquistare maggiore fiducia in se stessa.

In ASAI è molto brava, piace moltissimo ai bambini, con la sua tutor si instaura una relazione di fiducia, un dialogo anche sui fatti di cui è stata vittima, sulle sue difficoltà, le sue paure ed in genere i suoi sentimenti. Il percorso si conclude positivamente con l’incontro finale con la sua compagna, di “ricomposizione” davanti agli agenti del nucleo di prossimità: è chiaro a entrambe che non saranno più amiche, ma si parlano, si raccontano, si riconoscono; Ilaria non ha più paura. Ilaria, però, non va più a scuola.

Storie come quelle di Pietro e Ilaria sono molte, storie di ragazzi che, dopo aver commesso o subito un reato in ambito scolastico, abbandonano o cambiano scuola. I percorsi di giustizia riparativi attivati dalla Procura minorile a seguito di denuncia penale sono tempestivi, i ragazzi vengono presi in carico dagli agenti del Nucleo di prossimità dopo poche settimane dalla denuncia, l’attività in ASAI inizia di regola a distanza di un paio di mesi e si conclude entro circa un semestre. Questa immediatezza è uno dei vantaggi fondamentali dei percorsi di giustizia riparativa rispetto al normale decorso del processo penale minorile, i cui tempi richiedono anni prima di arrivare a qualche esito.

Eppure l’esperienza maturata in ASAI, e in particolare le storie come quelle di Pietro e Ilaria, mostrano la grande importanza di anticipare ulteriormente l’intervento “riparativo”. Per “riparazione” si intende innanzi tutto la “ricucitura” del “tessuto” relazionale che è stato strappato dal reato.

Ma se i ragazzi lasciano la scuola dove il reato è avvenuto? La comunità educante perde la preziosa occasione di lavorare all’interno del contesto relazionale in cui si è generato il reato per risolvere i problemi dei nostri ragazzi e con i nostri ragazzi. Il reato è la punta dell’iceberg. Sotto la superficie esiste l’ampio e complesso mondo relazionale e emozionale in cui si sono create le situazioni conflittuali o disfunzionali che hanno portato alla commissione del reato.

cerchio

Per intervenire ulteriormente sulla parte sommersa dell’iceberg, ASAI ha allargato il suo impegno nelle scuole, offrendo agli studenti della scuola secondaria laboratori sul tema della giustizia riparativa: ci disponiamo in cerchio con i ragazzi e, proponendo attività interattive, video e giochi, cerchiamo di stimolarli a discutere su temi importanti quali l’esclusione, le proprie emozioni di fronte a un conflitto, la fiducia, la possibilità di una seconda chance, la giustizia.

I ragazzi sono contenti: “prof dovremmo farlo più spesso” ci dicono. Non tutti riescono a esprimersi subito, ma a poco a poco la partecipazione si allarga anche ai più timidi o refrattari. Il dialogo tra loro è lo strumento ma anche l’obiettivo più importante: sperimentare che nel gruppo si può parlare anche di temi profondi, personali, dei propri conflitti e di quelli del gruppo.

L’introduzione di pratiche riparative nelle scuole, come modalità di trasformazione dei conflitti e in genere per affrontare situazioni problematiche e di disagio tende a incentivare e valorizzare la funzione educativa della scuola in campo relazionale. Nella prospettiva riparativa il conflitto non va evitato, represso o nascosto, ma considerato una preziosa occasione di apprendimento e di crescita; la partecipazione di tutti gli interessati alla gestione del conflitto, l’offerta a ciascuno di uno spazio di ascolto e di parola, la progressiva creazione di una relazione di fiducia, sono gli strumenti principali dell’acquisizione di nuove competenze relazionali.

Non si vuole che i ragazzi smettano di litigare, ma che imparino a “litigare bene”. Perché ciò avvenga, anche gli adulti di riferimento dei ragazzi devono fare la loro parte, dando il buon esempio, adottando loro stessi approcci e pratiche riparative nella soluzione dei problemi e conflitti tra di loro e con gli studenti. La diffusione di tali approcci e pratiche in ambito scolastico può contribuire, a prevenire la commissione di reati, a evitare l’abbandono scolastico e a risolvere tempestivamente situazioni conflittuali come quelle in cui si sono trovati Pietro e Ilaria.

 

A cura di Claudia Burlando, tutor del progetto di giustizia riparativa One More Time

Per saperne di più, visita la sezione dedicata del progetto.

 

 

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