Finalmente so che cosa voglio fare da grande!

Giorgio Bianchi, volontario della sede ASAI di via Genè, ci racconta la sua esperienza con i ragazzi del doposcuola medie. A 84 anni, si è messo in gioco con la didattica e le relazioni e finalmente ha capito... che cosa vuole fare da grande!
 
Giorgio Bianchi ASAI
 
Sto imparando un nuovo mestiere. Lo sto imparando da autodidatta e nessuno me lo sta insegnando. L’ho iniziato solamente tre anni fa, quando avevo 84 anni. Mi diverto molto anche perché ho la sensazione di esserne tagliato.
 
Nella vita, proseguendo negli studi, ho cambiato lavoro qualche volta ma sempre da impiegato amministrativo, senza entusiasmo, senza successo. Con la pensione ho potuto finalmente dedicarmi alle cose che amo: restauratore di mobili, volontario nel sociale, cooperante in una ONG a seguire progetti di sviluppo nell’Africa Subsahariana, più battaglie varie per cause perse che più perse non si può.
 
Alla fine ho anche fatto l’infermiere a tempo pieno per quasi due anni, due anni di un dolore senza speranza. Due anni vissuti intensamente giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, a scrutare un viso amato, a gioire per un sussurro pronunciato a stento, per un cucchiaino di acqua deglutito, per poi scoprire che l’amore non ha limiti.
 
Quando sono rimasto solo, ho pensato che occorreva dare un senso a tutto quanto mi era capitato. Così ho iniziato un nuovo lavoro: faccio doposcuola a ragazzi e ragazze delle scuole medie presso ASAI. All'inizio non è stato facile e spesso non lo è ancora ma, come ho detto, sto imparando. 
 
"Devo fare gli esercizi di algebra a pagina 127", mi dice Mohamed.
Provo a leggerli dissimulando competenza e cercando di ricordare l’ultima volta, circa settant’anni fa, che ho affrontato un problema simile. Purtroppo non mi viene in mente nulla che possa aiutarmi, poi mi rendo conto che anche lui non sa da che parte iniziare. A questo punto getto la maschera, inutile fingere, piuttosto cerchiamo tutti e due di venirne a capo. Sfogliando il testo e soprattutto indagano su internet, aiutandoci l’un l’altro. Alla fine si apre uno spiraglio e arriviamo al risultato. Ci congratuliamo tra di noi, non è stato poi così difficile, abbiamo capito come funziona. Siamo entrambi soddisfatti. La volta dopo è lui a venirmi a cercare: "Vieni? Devo fare matematica". Per la matematica (e per me) non c'è più scampo!
 
doposcuola 02
 
Maaram è una ragazzina egiziana. Conosce l’italiano parlato con un numero di vocaboli limitato. E' arrivata in Italia ed è stata subito scaraventata in seconda media. E’ piena di buona volontà, ce la mette tutta, ma fa molta fatica. Ora è in terza media e deve preparare la tesina. Naturalmente ha scelto l’Egitto: storia, geografia, economia, tutto sull’Egitto. Matematica e geometria? La piramide, ovviamente. Letteratura? Il poeta Ungaretti. Ma perché proprio lui? Per il semplice motivo che è nato ad Alessandria d’Egitto e questo, per una ragazza che comprende a stento l’italiano, dovrebbe essere sufficiente per conoscere e comprendere un poeta ermetico (!).
 
Sara è anche lei egiziana e ha le idee molto chiare. La tesina è sul razzismo in tutti i suoi aspetti: con Rosa Parks, nella musica gli spirituals, nella poesia Primo Levi e il senegalese Sengor. La capanna dello zio Tom per la letteratura, e nell’arte? L’Urlo del pittore Edvard Munch.
"Ma che cosa centra?", chiedo io.
"C’entra, c’entra."
Lunga discussione per convincermi. Alla fine le do ragione, colpito dalla sua determinazione. Il suo sogno è quello di studiare per poi andare a insegnare nella scuola del suo villaggio, nel delta del Nilo.
"Com’è andato l’esame?" le chiedo.
Risposta lapidaria: "Mi hanno bocciata".
"Ma non è possibile, eri preparata! Com’è potuto succedere, per me rimani comunque una ragazza brava, intelligente e volenterosa che avrà successo. Coraggio!"
"Ah!, Ah! Ci è cascatoo, ci è cascatoo! Sono entrata con 8 e uscita con 9."
Il prossimo anno meriterebbe di andare al liceo, ma per lei è difficile muoversi in città. Per quel che capisco, la famiglia è numerosa e i soldi mancano: già solo pagare il biglietto dell’autobus diventa un problema. Mi auguro che non si accontenti e che possa trovare una scuola adatta alle sue capacità.
 
doposcuola 01
 
E poi c’è Omar, che fa a seconda media. E’ iperattivo, non sta fermo un momento, si agita continuamente, si alza, si siede, si mette a giocare con lo smartphone.
"Posso andare a bere?", domanda.
Lo guardo mentre si dirige verso la porta. Deve pizzicare uno, nascondere i libri ad un altro, sottrarre il quaderno a quello dopo. Nella sua testa ce l’hanno con lui, è la vittima predestinata. Tutti lo trattano male, gli bucano le gomme alla la bici, gli rubano i soldi, i professori lo perseguitano. A scuola è un disastro. Spesso si fa sospendere perché provoca, picchia, fa gesti di insofferenza verso i professori, e naturalmente la colpa è sempre degli altri.
Io credo che abbia bisogno di riconoscimenti, di essere apprezzato e, soprattutto, di essere visto. Per poterlo seguire su questa strada, però, occorre che lui me ne dia l’occasione. Ho scoperto che è appassionato di automobili d’epoca e sa tutto di modelli, motori, restyling, date. Forse occorre seguire questa pista, farne elemento di confronto e discussione. Devo confrontarmi con gli educatori del doposcuola e andare a leggere qualcosa sull’argomento.
 
Le 9 di sera. C’è un messaggio in arrivo: "Che cosa sono le proposizioni subordinate? Domani ho l’interrogazione ed io non ci capisco niente".
Buio completo. Per fortuna c’è internet e posso rispondere dopo qualche consultazione facendo anche qualche esempio. Capita spesso: i ragazzi sanno che possono contare su di me in ogni caso.
 
Io non ho mai insegnato, non so come sia giusto rapportarsi con degli allievi. Quello che penso di intuire è che hanno bisogno di sentire che qualcuno tiene a loro, che faccia il tifo perché riescano, che si rallegri e si congratuli quando ce la fanno, che li incoraggi quando non riescono. I ragazzi ci comunicano, spesso non direttamente, il loro bisogno di non essere scoraggiati con giudizi che livellano: ognuno ha la propria storia, a volte dolorosa, e percorsi i più inverosimili. I piccoli gesti di attenzione li fanno sentire importanti e a volte basta un semplice “buon compleanno”, “buon ramadan” o “io ci sono”.
 
A volte mi chiedo se non sto sbagliando tutto, ma poi sento l'affetto di chi c'è e, soprattutto, di chi non c'è più, e allora vado avanti senza pormi troppe domande.
Sono i momenti in cui mi viene da pensare: "Finalmente ora so che cosa voglio fare da grande".
 
Giorgio Bianchi
 

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