Il lavoro di cura: oltre i dati, le persone

Con un lavoro approfondito di raccolta e analisi dei dati, Vilma Gabutti, medico e volontaria di ASAI, fotografa la situazione del lavoro di cura nel 2019, con un'attenzione specifica sul contributo dello Sportello Lavoro nella formazione degli assistenti familiari. 
 
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Nel mondo di oggi si vive più a lungo. Dai dati delle statistiche sulla salute 2019 pubblicate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità  emerge che tra il 2000 e il 2016 l'aspettativa di vita alla nascita della popolazione mondiale è aumentata di 5,5 anni, passando da 66,5 a 72 anni. Un fenomeno questo legato alla migliore alimentazione, alla disponibilità di acqua potabile, ai progressi della medicina e alle vaccinazioni di massa.
 
Continuano ad esserci però disparità tra paesi ricchi e paesi poveri. Se in Giappone l’aspettativa di vita alla nascita è di 83 anni (86 per le donne) e in almeno metà dei Paesi OCSE supera gli 80 anni, in India è 68,3 anni e in Sierra Leone 50,1. In Italia è 82,8 anni. Per quanto riguarda la popolazione italiana, se oggi gli over 65 rappresentano circa un quarto della popolazione, stando alle proiezioni ISTAT, nel 2045 diventeranno più di un terzo, vale a dire 20 milioni di persone di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. Si stima che in quello stesso anno la popolazione complessiva scenderà di 2 milioni e mezzo. Una condizione che creerà seri problemi se non adeguatamente gestita: si avrà infatti un'impennata del numero di persone non autosufficienti, così come la crescita della spesa per cure e assistenza a lungo termine.
 
L’assistenza domiciliare è la prima scelta per la cura e per la qualità della vita della persona anziana autosufficiente o non autosufficiente e deve garantire il mantenimento delle capacità residue di autonomia e di relazione, la continuità assistenziale, la prevenzione dei ricoveri impropri.
 
Se l’obiettivo del lavoro di cura o “relazione di aiuto” è quello di migliorare la qualità di vita dell’assistito e di stabilire un rapporto di fiducia e di sostegno, vista la complessità clinica delle persone da assistere, la formazione degli assistenti familiari o meglio “assistenti alla persona”, deve essere più approfondita e non lasciata al “fai da te” per evitare sofferenze di utenti, operatori e famiglie. Inoltre quasi sempre pesa sulle famiglie il carico economico dell’aiuto richiesto agli assistenti familiari il cui lavoro non ha un reale riconoscimento delle professionalità messe in gioco. Il lavoro di cura a domicilio rimane a livello globale in gran parte svolto da donne, poco valutato e spesso effettuato in nero o sottopagato.

L’assistente familiare o assistente alla persona è una professione che ha una qualifica codificata a livello nazionale. Nel nostro immaginario e nel vocabolario dei media esiste ” badante”. Il vocabolo badante deriva dal verbo “badare”, che significa tenere d’occhio, controllare un’altra persona o cosa. A questo si unisce il significato di tenere a bada, fare la guardia custodire ovvero osservare e verificare un certo comportamento perché non degeneri: in realtà si badano le pecore, le persone devono essere “assistite”. Fortunatamente nel contratto nazionale di lavoro questa parola è sparita dal 2007 anche se prevedendo il contratto stesso una tipologia di orario in convivenza o residenziale non sempre permette a questi lavoratori la reale gestione della loro vita privata.
 
La qualità del lavoro di cura si misura nella capacità di offrire livelli di benessere e dignità a chi ha bisogno di essere seguito nella vecchiaia, nella malattia e accompagnato alla morte. Contenuto importante all'interno del lavoro di cura svolto dagli assistenti familiari è chiaramente la capacità di relazione, ma anche la preparazione culturale e tecnica per affrontare situazioni cliniche sempre più complesse. Quando mancano queste basi si verificano disastri nel lavoro con frustrazioni continue e conseguente demotivazione degli assistenti familiari e con scontento e diffidenza nelle famiglie degli assistiti.

Di fronte all’aumento del numero di anziani, se la situazione politica non cambierà, si verificherà nei prossimi anni una carenza sempre maggiore delle persone dedicate alla cura. Abbiamo visto che molti assistenti familiari stranieri sono in Italia da anni e sono stanchi e demotivati; non essendoci decreti flussi, i nuovi arrivi sono di persone rifugiate e in difficoltà che richiedono un lungo percorso di orientamento e formazione prima di essere inseriti nel lavoro di cura. Gli italiani non amano e non desiderano fare un lavoro di assistenza alla persona.
 
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La mancanza di diritti, di riconoscimento sociale, di rivalutazione delle capacità professionali genera un costo pesante per gli assistenti familiari:
- poca stima sia a livello sociale che nell’ambito della propria famiglia perché il lavoro rientra nell’invisibilità tipica del lavoro di cura
- bassi livelli di autostima
- stress e senso di solitudine
- impossibilità di carriera lavorativa
- difficoltà nel cambiare settore di lavoro
- precariato
- mancata possibilità di conciliazione dei tempi di vita e lavoro specialmente nell’assistenza svolta in convivenza che è la più richiesta.

Il lavoro di cura, il lavoro del “caregiver” richiede la capacità di rimanere nel tempo lungo in relazione con una persona fragile, senza perdere la propria autonomia emotiva. E’ un lavoro che necessità di competenze specifiche per gestire sia malati cronici sia fasi di emergenza e richiede la capacità di prendere decisioni immediate e in autonomia. Emerge in modo eclatante la necessità di una formazione specifica e di una professionalità riconosciuta e allora questo lavoro potrebbe rappresentare un'opportunità di crescita e realizzazione personale e professionale.
 
La definizione a livello nazionale della “qualifica” di assistente familiare o assistente alla persona è il primo passo importante che deve essere attuato e che necessariamente presuppone dei percorsi formativi.
Il bisogno di formazione e aggiornamento è emerso da anni ed è sentita dagli assistenti familiari l’esigenza di approfondire alcuni temi specialistici quali l’assistenza a persone con disabilità fisica, ai malati con problemi cognitivi quali l’Alzheimer o a quelli in fase terminale.

Sopperendo alle carenze organizzative pubbliche, lo Sportello Lavoro di ASAI, come parecchie altre associazioni di volontariato, da anni organizza brevi corsi informali di 25-30 ore di orientamento per chi si dedica al lavoro di cura. I corsi hanno lo scopo di aiutare ad approfondire i principali problemi che si possono incontrare sul piano pratico e sul piano psicologico nel rapporto con gli assistiti i e ad avere degli strumenti per affrontarli. La partecipazione ai corsi è gratuita, è messo a disposizione materiale didattico. Globalmente sono stati effettuati da ASAI ben 32 corsi con la partecipazione di più di 1000 assistenti familiari.
 
Abbiamo inoltre visto che anche gli assistenti familiari formati e con anni di esperienza hanno la necessità di un sostegno nei momenti di demotivazione e di stress, di avere dei punti di riferimento e delle opportunità di aggiornamento permanenti nel tempo. Tale esigenza è sentita ed espressa da molti e un esempio è rappresentato dall’esperienza “Gruppo Assistenti Familiari di Torino” (GrAFT) che si è costituito presso lo Sportello lavoro con la finalità di approfondire i problemi del lavoro di cura partendo dalle esperienze acquisite e concorrere a far uscire dall’anonimato e dall’invisibilità il lavoro di cura domiciliare mediante l’aggregazione e la partecipazione delle donne che ne sono protagoniste.
 
Vuoi leggere il report annuale sul lavoro di cura, con un approfondimento dedicato allo Sportello Lavoro di ASAI?
Scarica il pdf.
 
 
A cura di Vilma Gabutti, medico in pensione e volontaria ASAI
 
 

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