Da Torino a Ramallah per pensare la pace

Galas Mbengue, ex servizio civile in ASAI, ha rappresentato l'associazione in uno scambio internazionale che si è tenuto in Palestina dal 4 al 7 ottobre 2018. Nel suo racconto, descrive l'esperienza e condivide con noi le sue impressioni. 
 
Muro
 
Il mio viaggio in Palestina è cominciato la mattina del 4 ottobre. A Tel Aviv mi aspettavano i miei compagni di viaggio, ragazzi che arrivavano da diverse parti d’Europa: Francia, Grecia, Spagna, altri ragazzi italiani e i rappresentanti di Secours Populaire, l’associazione organizzatrice del convegno.
 
Fin da subito si è creato un bel clima tra di noi. Siamo andati in bus fino a Ramallah, dove siamo stati accolti nella sede centrale della Palestinian Medical Relief Society, associazione di volontari che si occupa di prestare soccorso medico e di fornire beni di prima necessità nelle zone dei territori palestinesi dove l’assistenza medico-sanitaria è scarsa o inesistente.

C’era molta gente ad aspettarci, soprattutto giovani, principalmente studenti universitari che non vedevano l’ora di poter scambiare due chiacchere con noi, giunti da lontano. Ci siamo riuniti nella sala congressi e il presidente dell’associazione, Mustafa Barghouti, ci ha dato il benvenuto con un discorso che mi ha molto impressionato. Oltre a raccontarci, con tanto di documenti e immagini, la storia del conflitto israelo-palestinese, ha concluso con un omaggio a Razan Al Najjar, volontaria dell’associazione uccisa da un cecchino israeliano qualche mese prima a Gaza durante una manifestazione. Razan aveva 21 anni.
 
Il mattino seguente sono cominciati i workshop con temi diversi, come il problema dell’inquinamento ambientale, molto sentito in Palestina, o la giustizia sociale, la parità fra i sessi e la solidarietà internazionale.
 
Galas

Il muro che divide la Palestina da Israele mi ha colpito molto: è un museo a cielo aperto ricoperto da splendidi murales che raccontano soprattutto il conflitto, ma è anche una barriera militare e il confine di una prigione a cielo aperto.

Betlemme e Ramallah non sono distanti, in macchina ci si mette circa 45 minuti, ma solo se si prende l’autostrada israeliana che è vietata ai palestinesi. Per loro ci sono delle altre strade, strade pericolose, strette e costantemente intasate dal traffico, per colpa dei tanti checkpoint che allungano i tempi e le distanze.
Durante il tragitto Rami, studente palestinese alla facoltà di medicina di Betlemme, mi raccontava di come per andare all’ Università alle 8 di mattina debba svegliarsi alle 3 per essere sicuro di arrivare in tempo per l’inizio della lezione.

Samir, il ragazzo che ci ha fatto da cicerone, ha preparato per noi un vero e proprio banchetto nel suo paese di origine, un piccolo villaggio poco fuori da Ramallah. Lì ho conosciuto la grande ospitalità dei palestinesi, la loro forza e la loro grande umiltà. Nonostante la situazione, sono capaci di sorridere, apprezzare ciò che hanno e sperare in un giorno migliore.

La cena da Samir mi resterà impressa nella mente e non dimenticherò mai il sorriso dei suoi figli. Spero un giorno di poter tornare in Palestina e di vedere di nuovo le persone che ho avuto l’onore di conoscere, sperando di rincontrarle in una terra in pace. 
 
Galas Mbengue
 
 
 
 
 
 
 

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