VOCI: Yaman e i gelsomini bianchi di Damasco

"I gelsomini sono ancora bianchi ma il sangue li ha fatti piangere": Damasco com'era e come è diventata nella poesia di Yaman, ragazza siriana di 21 anni che ha lasciato gli amici e i sogni dell'adolescenza per affrontare un lungo viaggio che l'ha portata fino a Torino.
Yaman ci racconta la sua esperienza e ci offre un'immagine della città sconvolta dalla guerra, dove il vecchio ha abbandonato il suo narghilè, il cantastorie si è zittito e la ragazza sul balcone ha smesso di aspettare l'innamorato. Il sogno di Yaman è quello di ritornare presto a casa per costruire, insieme ai tanti amici, ciò che è stato distrutto e danneggiato. 
 
damasco bas
  
Mi chiamo Yaman e ho 21 anni. Vengo da Damasco, in Siria. Sono arrivata a Torino nel maggio del 2015 dopo un lungo viaggio durato più di un mese. I miei genitori erano già in Italia con un permesso di soggiorno valido, ma per me non era facile raggiungerli perché la legge sul ricongiungimento familiare tutela i coniugi e i figli minorenni, non quelli maggiorenni come me.
Sono partita da sola. Da Damasco sono andata a Istanbul e poi mi sono spostata a Bodrum, nel sud della Turchia. Da lì mi sono imbarcata su un traghetto per Atene e, grazie all’appoggio dei miei genitori, sono riuscita a ottenere un visto turistico per l’Italia. Sono arrivata a Milano in aereo, dove ho trovato mio padre ad attendermi. Lui si chiama Hassan e parla perfettamente l’italiano perché ha vissuto in Italia fino ai diciotto anni, prima di ritornare in Siria.
Oggi abito a Torino insieme alla mia famiglia e studio pittura all’Accademia di Belle Arti. Sto cercando di ottenere un visto di studio ma è molto difficile perché la burocrazia ha dei protocolli rigidi e fatica a considerare la complessità della situazione politica e sociale del mio paese di provenienza. Per abituarmi alla città, giro per le strade con la macchina fotografica appesa al collo, per fermare in uno scatto la quotidianità di un luogo al quale mi sto abituando.
In Siria niente è come prima. A Damasco ho lasciato tanti amici e, soprattutto, i sogni che avevo iniziato a immaginare e costruire. Prima che cominciasse la guerra, mi piaceva girare per la città vecchia e osservare la vita quotidiana della gente. Da noi le case tradizionali sono costruite attorno a un cortile interno sul quale si affacciano tutte le stanze. I cortili sono il cuore delle famiglie e il centro del nostro modo di stare insieme. Il vecchio che fuma il narghilè, il cantastorie del caffè, il venditore di caramelle, la ragazza al balcone sono persone che ho incontrato girando tra i vicoli di Damasco e che oggi sono ricordi preziosi impressi nella mente. La mia città ha tanti odori. La mattina profuma di rose e al tramonto di gelsomini bianchi, il cui aroma si diffonde nell’aria insieme al canto del muezzin che invita alla preghiera.
Grazie allo smartphone, sono ancora in contatto con gli amici siriani. Alcuni sono rimasti a Damasco e altri sono sparsi per l’Europa o per il mondo: Libano, Svezia, Ungheria, Germania. Ci mandiamo fotografie di Damasco, per non dimenticare com’era la nostra amata città e per ricordarci come è diventata. Un pomeriggio di alcune settimane fa mi sono chiusa nella mia camera da letto, qui a Torino, e ho guardato le fotografie conservate nella memoria del telefono. Ho sentito una nostalgia grandissima e, di getto, ho scritto la poesia “I bianchi gelsomini”. La poesia è un omaggio alla mia terra, alla sua bellezza e alla pace, che è lo strumento più prezioso per permettere a tutti di trovare il proprio posto nel mondo.
Il mio sogno è quello di tornare nel mio Paese, di ritrovare gli amici e, con loro, ricostruire ciò che è stato distrutto e danneggiato.
A Damasco i gelsomini sono ancora bianchi e saranno bianchi per sempre. Io spero che torneranno a riempire l’aria di profumo buono del tramonto.
 
 
I BIANCHI GELSOMINI
di Yaman Khorzom
traduzione di Mohamad Khorzom
 

C’era un caffè all’angolo dove la gente si riuniva

c’erano dei bambini che giocavano con le biglie e i loro sorrisi arrivavano fino al cielo

e due fidanzati che camminavano seguiti da un venditore di rose: “Prendi un fiore per la tua bella ragazza”

e un vecchio con il suo narghilè e un bicchiere di tè seduto di fronte al suo negozio meditando sulla vita.

All’una passava il venditore di zucchero filato e alle cinque il venditore di caramelle damascene.

C’era una vecchia casa, ogni volta che si passava sotto si sentivano le canzoni di Fairouz al mattino e di Oum Kalthoum di sera.

C’era un ragazzo che portava i suoi fogli e matite per disegnare i bambini che giocavano, il cantastorie del caffè oppure la bella ragazza al balcone.

Trovavi in ogni angolo i gelsomini sorridenti e il loro profumo.

A un tratto si trasforma tutto in oscurità e polvere.

Il caffè è in rovina.

I sorrisi dei bambini ci guardano dal cielo e le biglie sono perdute tra le macerie.

Il ragazzo è al servizio militare, la ragazza è sul tappeto di preghiera che lo aspetta, il venditore ha perso le sue rose e i fiori gli sono appassiti tra le mani.

Il vecchio è morto di un attacco di cuore, è stato sconvolto dalla vita. Il suo narghilè è spento e il bicchiere di tè è pieno di polvere.

Il venditore di zucchero filato è stato arrestato e il venditore di caramelle è stato rapito.

La vecchia casa ormai è vuota e la radio è spenta per sempre.

I fogli del ragazzo sono bruciati, le matite sono rotte e il suo sogno era un’illusione.

I gelsomini sono ancora vivi però il sangue li ha fatti piangere.

I gelsomini ci sono ancora in ogni angolo di strada, ma la polvere da sparo ha coperto il loro profumo.

I gelsomini sono ancora bianchi, saranno sempre bianchi, urlano nel loro silenzio:

la Siria vuole la pace.

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