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In viaggio nel Mediterraneo per parlare di impresa e sociale

Massimiliano Manai, operatore dello Sportello Lavoro ASAI, ha partecipato al "Social Enterprise Boat Camp 2017" a bordo di un traghetto che da Civitavecchia lo ha portato fino a Barcellona e ritorno, per parlare con i compagni di viaggio di imprese sociali e dialogo tra profit e no profit. 
 
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Da bambino non ho mai amato i viaggi in traghetto, cabine troppo anguste per contenere la mia voglia di spazi aperti, e da adulto, pur trovando incredibilmente affascinanti i momenti della partenza e dell'arrivo in porto, continuo a vivere le grandi navi e i traghetti come costrizione. Quale posto migliore quindi di un enorme traghetto per passare 4 giorni di formazione?
 
Nelle ore precedenti alla partenza ho provato sentimenti contrastanti, indeciso tra la curiosità verso un'esperienza formativa e umana mai sperimentata prima e la poca voglia di essere costantemente impegnato per 3 notti e 4 giorni lontano dai miei impegni quotidiani e dai miei affetti. Però sono partito, e ne è valsa la pena.
 
Dal 4 luglio ho preso parte alla II edizione del “Social Enterprise Boat Camp 2017”, formazione itinerante in navigazione sul mar Mediterraneo da Civitavecchia a Barcellona e ritorno, per parlare di impresa sociale, inclusione, innovazione e lavoro, con focus sul tema delle migrazioni. L'intento degli organizzatori era chiaro: parlare di migrazione e di persone che solcano il mare alla ricerca di una vita migliore mettendoci noi stessi in viaggio nello stesso Mediterraneo che tante vite inghiotte.
 
La mia prima sensazione è stata di straniamento nel parlare dii migrazioni su una nave da crociera (o giù di lì) con ancora nelle orecchie le storie dei ragazzi che invece si sono adattati a un barcone. È forse questo il modo giusto di “metterci nei loro panni”? Una volta iniziate le prime testimonianze, però, la sensazione è passata in secondo piano, sostituita via via dalla voglia di conoscere nuove chiavi di lettura e nuovi strumenti, di fare rete con colleghi provenienti da realtà diverse e dalla voglia di mettermi in gioco.
 
I lavori si sono susseguiti uno dopo l’altro durante i giorni di navigazione attraverso l'alternanza di momenti condivisi in seduta plenaria e momenti di gruppo, in cui sono stati analizzati 8 case study che permettevano di ragionare su storytelling, branding, impatto sociale, raccolta fondi, partnerships, tecnologie e innovazione.
 
I casi studio riguardavano 8 realtà di successo nel campo dell'impresa sociale in Europa, diverse per la particolarità del campo d'applicazione e legate dalla volontà di sostenere il protagonismo di uomini e donne migranti, riportando l’attenzione sulle singole persone e non sulla mera statistica fatta di numeri e percentuali.
 
È stato interessante confrontarsi con realtà orientate al profit, ma con una forte connotazione sociale. Ne ho maturato la convinzione, pur con alcune limitazioni, che sia possibile fare impresa e lavorare realmente nel sociale, senza limitarsi a sporadici spot e progetti vetrina.
 
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Nei 4 giorni di formazione ho avuto modo di conoscere in maniera approfondita la storia di Hamed e Hadi, due ragazzi trentenni provenienti dall'Afghanistan che sono riusciti con creatività e una fortissima voglia di migliorare la propria vita, ad aprire alcuni ristoranti a Venezia negli ultimi 5 anni. Giunti nel Veneto per differenti vie - Hamed per partecipare al Festival di Venezia senza poi poter tornare più indietro e Hadi come migrante - nel 2006 si sono ritrovati presso uno dei centri di accoglienza della città, con nient'altro che il desiderio di ricominciare, senza dimenticare le origini.
 
Il veicolo da loro trovato per raccontare e raccontarsi è stato il cibo declinato nell’ottica del viaggio: nei loro ristoranti i piatti etnici tipici dei Paesi di provenienza sono serviti con contorno di storie di vita. E così veniamo a sapere che il piatto tipico afghano a base di agnello si è trasformato in un piatto di pollo, perché in Turchia l'agnello era troppo costoso e Hadi non poteva permetterselo, e così via, in un miscuglio di tradizione e adattamento personale ai contesti di approdo.
 
La fortissima volontà dei ragazzi è quella di integrarsi nel tessuto sociale italiano, mantenendo la propria identità di afghani e promuovendo la cultura di origine nel rispetto di quella di arrivo. Il cibo diventa così un veicolo di promozione e trasmissione culturale.
 
Quella di Hamed e Hadi è una storia di impresa realizzata grazie alla creazione di una rete, che ha tra i suoi obiettivi anche quello di creare nuove opportunità e spazi di inclusione per i ragazzi che hanno compiuto un percorso migratorio. Tutte le persone che lavorano nei ristoranti di Hamed e Hadi provengono dai centri di accoglienza intorno a Venezia, giovani che non si limitano a lavare i piatti, servire ai tavoli o cucinare una ricetta. Molti di loro, entrati con una borsa lavoro, oggi sono soci nei ristoranti dove inizialmente lavavano i piatti.
 
In questo modo il concetto di impresa si allarga e include temi come la migrazione, l'accoglienza, gli incontro e la possibilità di essere un trampolino di lancio per una reale e proficua inclusione sociale.
 
Attualmente Hamed e Hadi sono in crescita: i due imprenditori sono infatti alla ricerca di nuove opportunità di espansione, mantenendo ben fermi i principi che li hanno guidati fin dall'inizio.
 
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Raccontare questa esperienza di successo può essere un importante veicolo di trasmissione di conoscenza in un mondo che parla di migrazioni troppo spesso in modo strumentale. Conoscere opportunità di integrazione può aiutare a ridurre lo stigma che mostra i migranti come invasori che vengono a sottrarre risorse.
 
Diventa così fondamentale la capacità di storytelling di chi lavora nel sociale, sia profit che no profit, la capacità cioè di raccontare il proprio lavoro e le storie con le quali entriamo quotidianamente in contatto. La possibilità di pensare a nuovi percorsi nati dall'intreccio tra persone, narrazioni e territorio, è una nuova sfida da raccogliere per passare dal concetto di migranti beneficiari passivi di beni e servizi a quello di protagonisti di un processo inclusivo.
 
Oggi Hamed e Hadi vivono e lavorano a Venezia, dove nel 2012 hanno aperto il loro primo ristorante/gastronomia, l'Orient Experience, rilevando una rosticceria in fallimento grazie a una colletta. Attualmente gestiscono l’Orient Experience I e II, ai quali si sono aggiunti un Africa Experience e un ristorante a Kabul. In autunno aprirà un nuovo ristorante a Padova e l’intenzione è quella di continuare a crescere.
 
La particolare esperienza formativa di una “crociera” di 4 giorni è stata un importante momento di conoscenza e confronto, che ha dato stimoli concreti di lavoro e nuove prospettive.
 
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Per approfondire la storia di Hamed e Hadi:

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